Cosa dice la propaganda russa ai russi – Il Post

Una delle questioni più citate quando si descrive il forte sostegno che la popolazione russa dimostra nei confronti dell’invasione dell’Ucraina sono i media. La televisione, in particolare, è spesso citata come il principale veicolo della propaganda russa, e come il modo in cui il regime di Vladimir Putin raccoglie consensi e diffonde la propria versione – falsa – dei fatti. Vari osservatori, commentando il modo in cui i media russi descrivono l’invasione dell’Ucraina, hanno parlato di un «universo parallelo» o di una «realtà differente» da quella che viene descritta in Occidente.

Negli ultimi mesi di guerra, molte analisi hanno cercato di capire meglio quest’universo parallelo, individuando nella tv e nei media un modo per mettersi nei panni della popolazione russa, anche se non è certamente l’unico né può essere considerato esaustivo. Di fatto i media e in particolare le tv russe offrono un messaggio sulla guerra in Ucraina che da un lato ricalca la propaganda ufficiale e dall’altro ne fornisce una versione estremizzata: per ragioni sia di spettacolo che di fedeltà al regime, spesso i commentatori e i presentatori televisivi esprimono posizioni che sono molto più azzardate ed estreme di quelle dello stesso Vladimir Putin o di altri membri del suo governo.

Cercare di comprendere e riassumere il messaggio della tv russa è tecnicamente facile, al netto dell’ovvia barriera linguistica: molti canali, e alcuni dei più importanti, sono visibili direttamente dai loro siti internet, anche se sono stati banditi dalle piattaforme satellitari occidentali (in Italia, per esempio, Sky ha eliminato all’inizio di marzo i canali della tv di stato russa). Più complicato, specie dall’esterno, è capire a quali programmi e canali dare più peso e quali siano i commentatori e le opinioni più influenti: raccapezzarsi nell’informazione televisiva russa è un po’ come, per chi non è italiano, capirci qualcosa nel complesso sistema di programmi di informazione e talk show della nostra televisione.

Anche per questo, in questi mesi di guerra vari giornalisti russi o russofoni hanno pubblicato articoli in cui spiegano o descrivono il panorama mediatico russo e i suoi contenuti: sull’Atlantic, Olga Khazan ha scritto un articolo intitolato «Ho guardato la tv russa così voi non dovete farlo» e anche la giornalista e scrittrice Masha Gessen ha scritto un articolo molto utile sul New Yorker. Su questo argomento, Gessen è stata inoltre intervistata in un podcast del New York Times.

Alcune aziende e istituti di ricerca hanno pubblicato studi o stanno portando avanti progetti specifici sui media russi. Uno dei più notevoli è fatto da NewsGuard, una società tecnologica fondata nel 2018 che si occupa di tenere traccia della disinformazione in varie parti del mondo, e che tutti i giorni pubblica una traduzione riassunta del notiziario delle 9 del mattino di Canale Uno (Pervyj kanal), il principale canale televisivo russo, equivalente di Rai 1.

In Russia l’informazione è completamente controllata dallo stato, e per il regime di Putin poter gestire i media è sempre stata una priorità: la prima cosa che fece nel 2000, appena salito al potere, fu strappare le televisioni dal controllo degli imprenditori privati. I suoi obiettivi furono in particolare gli oligarchi Boris Berezovsky, che possedeva il precursore di Canale Uno oltre a vari altri media, e Vladimir Gusinsky, che possedeva una grossa holding mediatica che comprendeva l’emittente NTV. Entrambi tra il 2000 e il 2001 furono spossessati dei loro beni con mezzi extra legali e furono costretti a fuggire in Europa.

L’influenza del regime russo sui media si è andata man mano espandendo nel corso degli anni, fino a raggiungere il culmine in questi mesi di guerra in Ucraina, dopo che la Duma, il parlamento russo, ha approvato una legge che prevede fino a 15 anni di prigione per chi diffonde “fake news”, cioè informazioni contrarie alla propaganda di stato. A seguito dell’approvazione di questa legge, quasi tutti i media ancora indipendenti, come il giornale Novaya Gazeta, l’emittente TV Rain e la stazione radio Eco di Mosca sono stati costretti a chiudere o a interrompere le loro operazioni in Russia. Lo stesso hanno fatto i corrispondenti dei principali giornali occidentali, i cui media sono stati bloccati dal governo.

Per questo, oggi accedere a informazione indipendente in Russia è piuttosto difficile, anche se non impossibile: i media internazionali sono accessibili tramite espedienti tecnologici come le VPN, e su Telegram, un sistema di messaggistica molto popolare, è possibile consultare canali di giornalisti e media d’opposizione. Nonostante questo, come ha spiegato al New Yorker Lev Gudkov, direttore del Levada Center, un importante centro studi russo indipendente, la Russia «è in gran parte un paese di persone anziane e povere», e l’85 per cento della popolazione si informa tramite la televisione.

Il messaggio di base trasmesso dal regime russo e ripreso dalle televisioni è ormai noto anche al pubblico occidentale: semplificando molto, l’invasione dell’Ucraina viene definita una “operazione militare speciale” per difendere le popolazioni russofone dell’Ucraina, che sarebbero oppresse e vittime di un “genocidio” perpetrato dal regime “nazista” che ha preso il potere a Kiev. I soldati russi non sarebbero dunque degli invasori che in questi mesi hanno commesso numerosi crimini di guerra, ma liberatori che vengono accolti dalla popolazione locale con gioia e sollievo.

L’insistenza sul “nazismo” del governo ucraino è piuttosto importante, sia perché fornisce una giustificazione generale dell’operazione militare sia perché rientra nella retorica prima sovietica e ora russa della vittoria nella Seconda guerra mondiale, che nella storiografia ufficiale russa è ancora chiamata Grande guerra patriottica e comincia ufficialmente nel 1941 anziché nel 1939 (prima del ’41 l’Unione Sovietica era connivente con la Germania nazista). La Grande guerra patriottica è ancora un momento fondante dell’identità russa, e viene usata di continuo dalla propaganda ufficiale, anche in questi mesi.

Il lavoro quotidiano della televisione russa è di raccontare storie che confermino questa versione dei fatti, in cui la Russia non soltanto è un liberatore benevolo, ma anche una potenza vittoriosa. Quasi sempre le notizie vengono manipolate mettendo assieme elementi di falsità e verità, con molta attenzione a seguire la linea ufficiale: ancora oggi, vari mesi dopo l’inizio dell’invasione, la parola “guerra” non viene praticamente mai pronunciata sulla tv di stato.

La traduzione dei notiziari di Canale Uno fatta da NewsGuard mostra piuttosto bene questo lavoro. Nel notiziario del 27 aprile, per esempio, la prima notizia descriveva come i neonazisti ucraini avessero «creato una base armata in una casa di riposo e maltrattato gli anziani residenti», usandoli come «scudi umani». La seconda notizia era: «Tutti i giorni i soldati russi proteggono i civili pacifici dai nazionalisti». La terza: «I fidati caccia e bombardieri militari dimostrano la nostra superiorità aerea durante l’operazione speciale». Seguono altre due notizie sul ritiro dei «nazionalisti» ucraini nell’oriente del paese e sul Regno Unito che invierà armi all’esercito ucraino.

L’ultima notizia, infine, riguardava il ripristino di un monumento alla memoria degli eroi della Grande guerra patriottica nella regione ucraina di Kherson, occupata dall’esercito russo: ancora una volta, torna la retorica della Seconda guerra mondiale.

Un’altra attività della televisione russa è quella di contrastare e smentire il messaggio occidentale sulla guerra. Questo riguarda accuse gravi come il massacro di Bucha, che è stato oggetto di una grossa campagna di disinformazione sulla tv di stato, ma anche questioni più piccole e frivole. Per esempio, a metà marzo l’attore e politico Arnold Schwarzenegger pubblicò un video molto efficace in cui si rivolgeva direttamente al popolo russo e condannava la guerra: il video divenne l’oggetto di vari commenti stizziti sui media russi, e la cosa continuò per qualche giorno.

Una categoria a parte sulle tv russe sono i talk show. Oltre a essere molti e molto popolari hanno una funzione importante perché, rielaborando e ripetendo continuamente il messaggio della propaganda di stato, lo rendono via via più facile da accettare e interiorizzare. Come in Italia e in varie altre parti del mondo, i talk show in Russia sono organizzati attorno a un presentatore che fa discutere tra loro un gruppo di ospiti su uno o più argomenti. Uno dei più famosi è “Domenica sera con Vladimir Solovyov”, condotto appunto da Vladimir Solovyov, una personalità televisiva molto nota e molto vicina a Putin. Il set del programma è simile a quello di un talk show italiano, con la differenza che gli ospiti sono in piedi anziché seduti.

E come avviene anche nei talk show italiani, per esigenze di spettacolo e di ascolti gli ospiti dei programmi d’informazione russi a volte dicono cose mediamente molto più estremiste dell’opinione pubblica comunemente accettata e, in Russia, perfino più radicali del messaggio abituale della propaganda.

– Leggi anche: I talk show italiani fanno informazione?

La giornalista Julia Davis, che è specializzata in media russi, di recente ha pubblicato su Twitter un montaggio di vari interventi in talk show (compreso quello di Solovyov) in cui si parla con una certa leggerezza di Terza guerra mondiale e attacchi nucleari, e in cui si definisce l’Occidente come un «Hitler collettivo» (ancora la Seconda guerra mondiale).

In un altro intervento recente un ospite ha sostenuto che la lingua ucraina non esista davvero, senza che nessuno lo contraddicesse.

L’importanza della tv di stato per il regime russo è difficile da sottostimare, soprattutto perché la diffusione della propaganda televisiva sembra funzionare.

Il ricercatore di origini russe Anton Shirikov ha spiegato sul Washington Post come vari sondaggi abbiano mostrato che i cittadini russi spesso preferiscano la tv di stato, che è ben finanziata e capace di creare contenuti avvincenti, rispetto ai media indipendenti. «Molti russi trovano il messaggio della propaganda politicamente attraente. Un numero sempre maggiore di russi ha adottato un sentimento anti-occidentale e ritiene che gli Stati Uniti siano responsabili dei guai della Russia, compresa la crisi ucraina», scrive Shirikov.

È anche comprensibile che la propaganda risulti preferibile, soprattutto quando l’alternativa è dover accettare una realtà piuttosto dura, in cui il proprio paese viene presentato come un invasore che compie crimini di guerra, anziché come un liberatore benvoluto: «Soltanto a una piccola frazione del pubblico russo sembra importare di sentire cosa sta succedendo veramente», scrive ancora Shirikov. «Per molti russi, soprattutto quelli con idee vicine al Cremlino, la copertura più bilanciata e veritiera dei media indipendenti appare probabilmente come una critica diretta contro il loro paese, e fanno fatica a credere in queste storie».

Al momento attuale è piuttosto difficile capire veramente quanto la propaganda stia facendo effetto, ma vari indizi lasciano pensare che la sua influenza sia importantissima.

Anzitutto perché i sondaggi mostrano che il sostegno nei confronti di Putin è ancora molto elevato. Sono anche terminate del tutto le manifestazioni di protesta che c’erano state in molte città russe nei primi giorni dopo l’invasione, anche se in questo caso, ovviamente, un ruolo determinante l’ha avuto la macchina della repressione del regime, che ha imprigionato migliaia di persone. Nei primi giorni del conflitto erano perfino circolate notizie su come vari lavoratori delle tv di stato si fossero dimessi in segno di protesta: si è trattato di pochi casi isolati, che non si sono più ripetuti.

Di fatto, dopo le prime settimane di manifestazioni, oggi dalla Russia non arrivano praticamente più segnali di contrarietà e opposizione alla guerra. Non significa ovviamente che non ci siano: è probabile che il dissenso sia diventato più difficile da riconoscere a causa della repressione violenta del regime. Ma è anche possibile che, almeno in parte, la propaganda russa abbia fatto effetto.

Un buon esempio di come la propaganda sulla guerra in Ucraina abbia fatto presa sulla popolazione è raccontato in un articolo da poco pubblicato sull’Economist, intitolato “Sembra che all’élite russa non importi dell’invasione dell’Ucraina”. Si tratta ovviamente di una testimonianza aneddotica, ma per molti versi notevole: l’autore, anonimo, è un occidentale che lavora come insegnante privato per i figli di un ricco imprenditore russo. L’autore e l’imprenditore vanno tutte le mattine in palestra assieme, e di solito l’imprenditore è gioviale e scherzoso. La mattina dell’invasione, però, l’imprenditore era spaventato e senza parole, «seduto in silenzio a guardare sul suo telefono video di carri armati che oltrepassavano il confine… non l’avevo mai visto rimanere fermo per così tanto tempo».

Ma passano alcuni giorni e l’imprenditore torna a essere sereno e gioviale. «Non so come avesse recuperato la sua sicurezza, ma sentivo che il messaggio ufficiale [sulla guerra] stava facendo presa su di lui e sugli altri attorno a me». Dopo una sessione di pugilato in palestra, per fargli un complimento, l’imprenditore dice all’autore: «Presto sarai pronto per il Donbass!».



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