Sinosfere – Musica pop, madrepatrie e cuori di vetro. La comunità sino-malaysiana tra entusiasmo e diffidenza | China Files

Il governo della Malesia, tuttavia, negli ultimi anni ha cercato di districarsi tra le molteplici e spesso antitetiche richieste di una società etnicamente complessa. Se da un lato, infatti, ha continuato a vegliare in modo speciale per gli interessi della maggioranza malese e musulmana attraverso politiche basate sul già citato Ketuanan melayu e sul concetto di Ketuanan Islam(Predominio islamico), dall’altro, cosciente dell’ascesa della RPC

Correva l’anno 2018 e la cantante malaysiana Priscilla Abby (蔡恩雨) di certo non immaginava neppure lontanamente che la sua partecipazione al programma televisivo Our Chinese Heart (中華情), in onda sul canale internazionale della TV di stato cinese CCTV-4, avrebbe destato tanto scalpore, infiammando i social e finendo sulle pagine della stampa del proprio Paese. Nella puntata che la vedeva ospite, caricata su YouTube dalla stessa CCTV il 12 agosto 2018, la giovane, all’epoca non ancora ventenne, dopo aver cantato《夜空中最亮的星》(La stella più luminosa del firmamento notturno), brano portato alla ribalta nel 2012 dagli Escape Plan (逃跑計劃), gruppo indie pop della Cina continentale, si presenta tra gli applausi scroscianti del pubblico dicendo di arrivare dalla Malesia, nonostante sia originaria della contea di Jiexi, nella provincia del Guangdong (我是來自馬來西亞的蔡恩雨,我的老家是在中國廣東省揭西縣). A quel punto la presentatrice del programma, Li Ai (李艾), le chiede conferma del fatto che quella sia la prima volta che mette piede in Cina. È proprio da questa domanda, solo apparentemente innocua, che nascerà la successiva controversia sui social. Infatti Li Ai non usa il termine Zhōngguó 中國, ossia Cina, né Dàlù 大陸 (Cina continentale), ma sceglie di riferirsi alla Cina in relazione con Priscilla Abby facendo uso della parola zǔguó 祖國, ovvero “madrepatria”. Alla successiva richiesta da parte della presentatrice di spiegare cos’ha provato al suo arrivo, la giovane cantante racconta, visibilmente commossa, che non appena giunta a Pechino si è subito recata a Piazza Tian’anmen per assistere, sul fare del giorno, alla tradizionale cerimonia dell’alzabandiera. In un crescendo emotivo, la regia mostra poi un video di quel momento e della giovane che, in piedi nella vastità della piazza, afferma emozionata: “Per me questo [assistere all’alzabandiera] è un segno di rispetto nei confronti del proprio Paese” (我覺得這個是對於自己國家的一個尊敬的一種感動).

(Priscilla Abby visibilmente commossa durante la partecipazione a Our Chinese Heart)

Se è vero che il termine lǎojiā 老家, nel senso di luogo d’origine, posto in cui affonda le radici il nostro albero genealogico, è usato ampiamente dai sino-malaysiani in riferimento alla città o al villaggio cinese di provenienza dei propri avi, così come fa la giovane artista parlando della contea di Jiexi, e se è altresì vero che zǔguó talvolta è adoperato all’interno della comunità sino-malaysiana per indicare la Cina continentale, ossia il Paese dei propri antenati, l’uso che invece fa la giovane dell’espressione zìjǐ guójiā 自己國家 (il proprio Paese) in riferimento alla Repubblica Popolare Cinese è quantomeno problematico, se non addirittura oggettivamente inesatto. Infatti la ragazza, è bene ricordarlo, è di nazionalità malaysiana, figlia di genitori di etnia cinese nati e cresciuti in quella parte dell’Asia sudorientale nota nel mondo sinofono con il toponimo sinocentrico di Nányáng 南洋, ossia i Mari del Sud. Il legame che unisce Priscilla Abby alla RPC, seppur forte, non può essere interpretato a livello di identità/appartenenza nazionale, così come invece fanno sia lei sia un altro ospite del programma, il cantante pechinese Wang Jieshi (王潔實) che coglie la palla al balzo per ricordare, attraverso i versi di《我的中國心》(“Il mio cuore cinese”), una famosa canzone patriottica, il vincolo indissolubile tra la Cina e tutti coloro i quali, pur essendo nati e cresciuti all’estero, sono anche lontanamente di origine cinese. Inoltre, quando parla della Malesia Priscilla Abby lo fa mettendola a paragone con la RPC. Dal confronto con il gigante asiatico, però, il Paese tropicale non ne esce benissimo, poiché l’artista ne critica, neppure troppo velatamente, le divisioni interne e la mancanza di coesione sociale: “Scene come quella [delle persone in attesa di presenziare l’alzabandiera] si vedono di rado in Malesia. Il fatto è che qui in Cina la cosa più importante sono lo spirito e lo sforzo collettivi. Quando si è uniti si riescono a fare grandi cose” (這個場景真是在馬來西亞很少會看到的。因為在中國這邊大家的精神、大家的努力其實是最重要的,因為大家只要團結是很多事情都可以一起做出來的). Infine, esclama con un sorriso soddisfatto: “Sono tornata a casa!” (回家了), una frase che la presentatrice sostiene essere molto appropriata.

I commenti degli internauti sino-malaysiani non si sono fatti attendere e parecchi di loro si sono dissociati categoricamente dalle parole della giovane cantante affermando che seppur di origine cinese (huáyì 華裔) non si sentono né potrebbero mai sentirsi cinesi (zhōngguórén 中國人), poiché chi nasce in Malesia è malaysiano; o ancora riconoscendo che i loro antenati (zǔxiā祖先) effettivamente provenivano sì dalla Cina, ma la loro casa (jiā 家), la loro patria (zǔguó) è e sarà sempre la Malesia. C’è persino chi l’ha tacciata di ridicolaggine nel suo maldestro tentativo di farsi passare per cinese, chi l’ha accusata di rinnegare il proprio Paese per un mero tornaconto economico e chi le ha consigliato di starsene tranquillamente in Cina e non tornare più in patria.

Tuttavia c’è stato anche chi si è mostrato più comprensivo, soprattutto quando, pochi giorni dopo la messa in onda del programma, Priscilla Abby ha fatto pubblico un comunicato sul suo profilo Facebook dicendosi molto dispiaciuta per l’accaduto e ammettendo di essere consapevole di avere usato alcuni termini impropriamente. Ha poi aggiunto di essere malaysiana, di andarne fiera e di amare il proprio Paese. I commenti al suo post, piuttosto equamente suddivisi tra sostenitori e detrattori, appaiono alquanto esemplificativi delle visioni antitetiche che la comunità sino-malaysiana ha della Cina e del suo rapporto con essa. E come è percepito il gigante asiatico da una comunità che rappresenta circa il 23% della popolazione di un Paese di quasi 33 milioni di abitanti non è una questione da poco, soprattutto se si tiene conto del fatto che le relazioni tra la Malesia e la RPC viaggiano costantemente sul filo del rasoio anche per via delle dispute di sovranità su parte del Mar Cinese Meridionale.

Come ricorda il sociologo e vicedirettore dell’Istituto di Studi sulla Cina dell’Università di Malaya, Peter T. C. Chang, in Malesia tale comunità esercita un’influenza determinante sia in ambito economico sia sulla sfera politica, se non altro per una questione numerica. Inoltre, a differenza delle comunità di origine cinese di altri Paesi dell’Asia sudorientale quali l’Indonesia, le Filippine o la Thailandia, che nel corso del tempo hanno vissuto processi di assimilazione alle società maggioritarie perdendo, in molti casi, la capacità di veicolare la propria cultura mediante le lingue sinitiche, la comunità sino-malaysiana è riuscita a mantenere in vita tali lingue e i tratti culturali precipui delle loro regioni d’origine, grazie anche agli ingenti sforzi profusi dalle associazioni comunitarie e al mecenatismo di ricchi imprenditori della comunità stessa, nonostante una legislazione tutt’altro che favorevole alle lingue e culture considerate non autoctone. Tuttavia, questo legame linguistico ancora oggi fortissimo con la Cina si rivela, per la Malesia e per i sino-malaysiani stessi, un’arma a doppio taglio. Infatti, se da un lato la comunità di origine cinese ha saputo sfruttare, fin dal 1974, anno in cui vennero stabilite le relazioni diplomatiche tra i due Paesi, le proprie competenze linguistiche e culturali per allacciare rapporti economici e commerciali privilegiati con la Cina, dall’altro non è (stata) immune ad accuse di spirito anti-patriottico e di essere più incline a fare gli interessi della Cina anziché quelli della Malesia. Il gigante asiatico, dal canto suo, si è dimostrato sempre molto sensibile alle sorti della comunità sino-malaysiana. In uno Stato che si estende lungo importanti linee di faglia etnica e che basa le proprie politiche sul concetto di Ketuanan Melayu (Predominio malese), Pechino ha saputo fare leva sul sentimento di marginalizzazione politica, economica e sociale provato da molti membri della comunità sino-malaysiana.

Nel settembre del 2015, ad esempio, la visita dell’allora ambasciatore cinese in Malesia Huang Huikang (黃惠康) a Petaling Street, il centro nevralgico del quartiere cinese di Kuala Lumpur, e le sue accalorate parole contro ogni forma di razzismo, terrorismo ed estremismo furono oggetto di polemica, poiché vennero viste come un’ingerenza straniera negli affari interni malaysiani. Quel giorno, alla vigilia di un raduno delle Magliette Rosse, un gruppo pro-malese di matrice razzista, proprio nella Chinatown della capitale, Huang chiuse il proprio discorso con delle parole molto forti di ammonimento. La chiosa dell’ambasciatore, infatti, non lasciava adito a dubbi: la Cina non sarebbe rimasta a guardare come gli altri calpestavano i diritti dei cinesi e delle loro attività commerciali, intorbidando i buoni rapporti tra i due Paesi. Il discorso di Huang Huikang non venne apprezzato né dall’opinione pubblica malese né dal governo. La comunità sino-malaysiana, invece, si trovò divisa tra chi si sentì protetto e chi, al contrario, oltre a non sentirsi rappresentato da un diplomatico straniero, temeva che il discorso dell’ambasciatore avrebbe increspato ulteriormente i già difficili rapporti della comunità con la maggioranza malese. Un atteggiamento decisamente non nuovo, come dimostra anche uno studio di Ngeow e Tan secondo cui, sebbene i malaysiani di origine cinese considerino l’ascesa della Cina generalmente positiva sia per la Malesia sia per la propria comunità, essi si barcamenano costantemente tra entusiasmo e diffidenza.

L’incidente diplomatico di Petaling Street sarebbe solo uno scivolone aneddotico se non si fosse inserito in un contesto sociale che mette spesso in dubbio la fedeltà nazionale dei sino-malaysiani. Il governo della Malesia, tuttavia, negli ultimi anni ha cercato di districarsi tra le molteplici e spesso antitetiche richieste di una società etnicamente complessa. Se da un lato, infatti, ha continuato a vegliare in modo speciale per gli interessi della maggioranza malese e musulmana attraverso politiche basate sul già citato Ketuanan melayu e sul concetto di Ketuanan Islam(Predominio islamico), dall’altro, cosciente dell’ascesa della RPC, ha fatto notevoli concessioni alla comunità sino-malaysiana, soprattutto nella sfera educativa, un ambito decisamente intricato. Il sistema d’istruzione della Malesia, infatti, prevede la possibilità di studiare nella lingua della comunità d’appartenenza (malese, cinese o tamil) solo fino alla conclusione della scuola primaria. Per chi decide di proseguire gli studi in un ambiente sinofono, esistono una sessantina di scuole secondarie con lingua d’istruzione cinese, le Huáwén Dúlì Zhōngxué 華文獨立中學 (Scuole secondarie indipendenti cinesi) colloquialmente note come dúzhōng 獨中 che prevedono, però, un esame di maturità che non permette l’accesso a nessuna delle venti università pubbliche della Malesia. Per quanto riguarda l’istruzione post-secondaria, dunque, molti diplomati delle dúzhōng emigrano, soprattutto a Taiwan, a Hong Kong e verso la RPC. Il problema principale al loro rientro in patria era costituito, fino a una decina d’anni fa, dal mancato riconoscimento da parte del governo malaysiano dei diplomi di laurea ottenuti all’estero, di fatto tagliando fuori dalla corsa a numerose posizioni in ambito pubblico e governativo i giovani di origine cinese che avevano deciso di fare rientro a casa. Tuttavia, dal 2011 la Malesia e la RPC hanno siglato un accordo allo scopo di “facilitare il riconoscimento reciproco delle qualifiche di istruzione superiore, promuovere la cooperazione nell’istruzione superiore e facilitare la mobilità accademica tra i due Paesi”.

Questo è solo uno dei vantaggi che l’ascesa della Cina ha portato alla comunità sino-malaysiana, secondo quanto afferma l’Associazione delle Scuole Indipendenti Cinesi della Malesia, nota come Dǒng zǒng (董總), che ha visto crescere senza sosta, nel corso degli ultimi decenni, il prestigio dell’istruzione in lingua cinese. Per fare fronte a tale crescente interesse, l’Associazione ha allacciato rapporti sempre più stretti con la Cina continentale attraverso il Guówùyuàn Qiáowù Bàngōngshì 國務院僑務辦公室, l’ufficio amministrativo della RPC che si occupa delle relazioni con le comunità di origine cinese all’estero. Tuttavia, tale avvicinamento ha fatto sì che la Dǒng zǒng si sia trovata al centro di polemiche per un suo presunto ruolo di portavoce degli interessi della RPC e, per traslato, del Partito Comunista Cinese, come quando nel 2010 rilasciò una dichiarazione condannando i fini politici dietro l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Liu Xiaobo (劉曉波); o come quando nel 2012 membri sino-malaysiani della Falun Gong furono ricoperti di insulti mentre tentavano di essere ricevuti dai dirigenti del New Era College (oggi New Era University College), un istituto di livello universitario fondato dalla Dǒng zǒng, che aveva chiuso momentaneamente il giornale studentesco The Kajang Observer per via di un articolo nel quale si informava delle attività organizzate dalla sezione locale del movimento. In un video diffuso a fine agosto 2012 dal portale d’informazione malaysiakini si vedono quattro uomini collegati al New Era College e alla Dǒng zǒng inveire contro alcuni seguaci della Falun Gong dirigendosi a loro con epiteti quali hànjiān 漢奸 (traditori degli Han/della Cina) e zǒugǒu 走狗 (lacchè).

In entrambi i casi la comunità sino-malaysiana si è dimostrata divisa. Per quanto riguarda il caso Liu Xiaobo, è emblematica una lettera aperta inviata alla Dǒng zǒng dal giovane avvocato sino-malaysiano Ang Woei Shang (洪偉翔) in risposta alle accuse mosse dall’Associazione al Comitato norvegese per il Nobel di voler destabilizzare la società armoniosa cinese. In maniera contundente, Ang descriveva il comunicato della Dǒng zǒng come una “ridicolaggine di proporzioni epiche” (天大的笑話) e precisava che “ciò che rende davvero instabile e non armoniosa la Cina è il governo autoritario” (真正使中國不安定、不和諧的是集權政府). Alcuni internauti sino-malaysiani, invece, sia in quel momento sia più tardi nel 2017, alla notizia dell’aggravarsi delle condizioni di salute di Liu Xiaobo, si sono scagliati duramente contro i difensori del Premio Nobel. Nell’incidente che vide coinvolti membri della Falun Gong, i commenti al video pubblicato sul profilo YouTube di malaysiakini mostrano una divisione netta tra chi accusa gli uomini del New Era College e della Dǒng zǒng di essere al servizio del Partito Comunista Cinese e chi, al contrario, li difende. Alcuni tra i commenti senza filtri al video includono: “È uno spasso vedere come questi vecchietti insultano [i membri della Falun Gong]!” (這幾個老爺爺罵得真是讓人爽快), “Auguri di buona salute, signori. Voi siete degli eroi” (祝福公公們身體健康,你們是英雄), o “Questi nonnetti non sono altro che i tirapiedi malaysiani del PCC” (這幾個老頭就是馬來西亞的中共狗腿子), “Il lavaggio del cervello della Cina alla Malesia ci ha fatto diventare così maleducati da minacciarli [i seguaci della Falun Gong] di morte” (我們馬來西亞被中國洗腦得如此粗魯,還說要殺人).

Tuttavia, proprio all’interno della Dǒng zǒng, vi è chi mostra certe perplessità in relazione ai rapporti con istituzioni della RPC come, ad esempio, quando nel 2009 l’Università di Malaya, il principale ateneo del Paese, strinse un accordo con l’Università di lingue straniere di Pechino (北京外國語大學) per la creazione del primo Istituto Confucio in Malesia. Alcuni membri dell’Associazione, infatti, ritengono che mosse del genere si basino sull’implicito presupposto che il cinese è una lingua straniera in Malesia e che sia quindi necessario l’aiuto della Cina per implementarne l’insegnamento. O come quando l’Università di Xiamen (廈門大學), importante ateneo cinese, nel 2015 ha aperto il suo primo campus all’estero proprio in Malesia e più precisamente nel distretto di Sepang, alle porte di Kuala Lumpur. Gli istituti di livello universitario sino-malaysiani e la Dǒng zǒng tendono a vedere l’Università di Xiamen come un avversario anziché un possibile partner cinese in loco. Perciò anche tra i dirigenti della Dǒng zǒng, associazione che, come si è menzionato, vede Pechino sotto una luce decisamente positiva, c’è chi crede che la comunità sino-malaysiana non sempre trae giovamento dal crescente soft power cinese.

Ora, però, vorrei ritornare alla musica, argomento con cui ho aperto questo articolo, per dimostrare l’ambivalenza della comunità sino-malaysiana nei confronti del gigante asiatico. La Malesia è da decenni fucina di talenti nel mondo della musica popolare in lingue sinitiche (Cantopop e Mandopop): artisti nati e cresciuti nella penisola di Malacca, negli stati di Sarawak e Sabah (sull’isola del Borneo) o sulla piccola isola di Labuan sono diventati delle vere star transnazionali cantando in mandarino, in cantonese e, più raramente, in altre lingue sinitiche quali lo hokkien o in inglese. I nomi che si potrebbero citare sono numerosissimi, e per questo mi limiterò a menzionarne solo alcuni. Si pensi a Fish Leong (梁靜茹), nata nel 1978 nello stato di Negeri Sembilan, che dopo avere vinto un concorso canoro in Malesia si è trasferita a Taiwan nel 1997 diventando la “regina delle ballate romantiche” e vendendo oltre diciotto milioni di dischi; o alla cantautrice Penny Tai (戴佩妮), anche lei classe 1978 e originaria dello stato di Johor, che come Fish Leong vive a Taiwan dal 1999 e da allora è una delle voci più originali e innovative della scena musicale in mandarino. Prima ancora di loro ci fu, tra gli altri, Eric Moo (巫啟賢), nato nel 1963 nello stato di Perak, che ha al suo attivo oltre quaranta album di successo sia in mandarino sia in cantonese. Tra gli artisti nati e cresciuti nel Borneo, degno di nota è sicuramente Nicholas Teo (張棟樑) (nato nel 1981 nello stato di Sarawak) diventato popolare nel mondo sinofono come cantante di ballate e come attore di serie televisive. L’uso di lingue sinitiche ha permesso loro di raggiungere un pubblico sinofono vastissimo al di là dei confini nazionali, ma ha spesso silenziato la loro identità malaysiana soprattutto nel caso di coloro che poi hanno portato avanti le proprie carriere artistiche a Taiwan, a Hong Kong e/o nella RPC.

Ma ciò che la Cina “toglie” in termini identitari, fagocitando e appropriandosi di talenti sino-malaysiani, però lo dà in termini di opportunità e successo. Basti pensare allo stuolo di aspiranti cantanti malaysiani che negli ultimi anni hanno partecipato al talent show The Voice of China con la speranza di sfondare nel tanto sconfinato quanto difficile mercato cinese. In tal senso, la produzione del programma si è mostrata da subito molto ben disposta nei confronti dei concorrenti proveniente dalla Malesia, tanto da organizzare annualmente delle audizioni in loco, con il supporto di 8TV (八度空間), il principale canale televisivo malaysiano in lingua cinese. Durante le puntate del programma, dopo l’esibizione i concorrenti sino-malaysiani raccontano storie di emigrazione, di povertà e di riscatto economico e sociale che riguardano i loro avi o bisavi. Con un sottofondo musicale spesso zuccheroso, gli aspiranti cantanti si dicono felici ed emozionati di essere “tornati” (huílái 回來) in Cina.

È il caso, ad esempio, di Gin Lee (李幸倪), sino-malaysiana residente a Hong Kong, che partecipò al programma nel 2015 e, da allora, ha intrapreso una discreta carriera musicale sia in cantonese che in mandarino. Durante il programma Lee ricordò brevemente la storia del nonno emigrato in Malesia un’ottantina di anni prima dalla provincia del Guangdong e si disse commossa di trovarsi su un palcoscenico così familiare (qīnqiē 親切). Similmente, Wendy Woo (胡慧儀), che aveva preso parte al talent show l’anno precedente, aveva confessato di cantare già da piccola canzoni folkloriche della RPC quali 《我愛你,塞北的雪》(Ti amo, neve del Saibei [regione storica della Cina settentrionale, oltre la Grande Muraglia]) o 《我的祖國》(La mia madrepatria). Quando le era stato chiesto da uno dei coach se tale scelta fosse stata dettata dal fatto che si trattava delle sue radici (因為這是根嗎), la giovane aspirante cantante aveva risposto prontamente di sì.

(La partecipazione di Gin Lee a The Voice of China)

(La partecipazione di Wendy Woo a The Voice of China)

Se da un lato troviamo giovani artisti come Priscilla Abby che, forse per la giovane età e l’inesperienza, forse in vista di una possibile carriera musicale nella Cina continentale, si mostrano ben volentieri ma piuttosto acriticamente al pubblico della RPC come parte integrante della Nazione cinese proposta da Xi Jinping (習近平), o cantanti come Gin Lee e Wendy Woo che accentuano oltremodo il loro legame con la Cina, dall’altra troviamo l’enfant terrible della musica e del cinema sinofoni della Malesia: il rapper, attore, regista e produttore Namewee, al secolo Wee Meng Chee (黄明志), nato a Muar, nella penisola di Malacca, e attualmente residente a Taiwan. Fin dagli albori della sua carriera, iniziata nel 2007 con “Negarakuku” (Il mio Negaraku), una polemica rivisitazione di “Negaraku” (Il mio Paese), l’inno nazionale della Malesia, il poliedrico artista ha sempre mostrato con fermezza e chiarezza la propria “malaysianità” e la propria non identificazione con la Cina. A tale proposito, si ricorda una delle sue primissime canzoni, 《麻坡的華語》(La lingua cinese di Muar), in cui difende con fierezza e ironia la parlata sinitica spesso sgrammaticata e non standard della comunità sino-malaysiana della propria città. E a differenza delle artiste menzionate in precedenza che cantano in un putonghua limpido e ne parlano una versione depurata, vicina allo standard proposto dalla Cina, Namewee sostiene nel brano che “nelle lingue non esistono standard, ma solo parlate locali” (語言沒有標準性,只有地方性). Come suggerisce Keng We Koh, la sua identità in quanto sino-malaysiano è strettamente legata al proprio luogo d’origine e al proprio ibridismo. Un’altra canzone 《不到海南島》(Se non sei mai stato sull’isola di Hainan), invece, è un omaggio ai propri nonni originari di tale isola cinese. Nonostante lo scopo che Namewee si è proposto con questo brano sembrerebbe essere quello di rendere omaggio alle proprie radici, anche grazie al video musicale che mostra le bellezze paesaggistiche e antropiche di Hainan, cantando principalmente in hainanese l’artista critica in modo sottile la politica linguistica uniformatrice di Pechino dentro e fuori i confini della RPC. Come infatti spiega nel testo di presentazione al video, «molti hainanesi all’estero non parlano più la propria lingua e anche molti di quelli rimasti sull’isola sono stati assimilati dal putonghua. Per questo, cantando in hainanese spero di far ascoltare a tutti questa lingua in via d’estinzione» (很多海外的海南人都已經不會說這個語言了,甚至連海南島本身也很多被普通話同化了。所以希望藉由演唱海南話讓大家聽聽看這個即將消失的語言).

È poi interessante notare che il polemico artista si considera sì un soggetto diasporico ma in relazione alla Malesia, a differenza di Priscilla Abby, ad esempio, che si sente parte di una diaspora cinese lontana dal proprio centro d’origine (la Cina continentale). Namewee non è cinese, né si ritiene tale, e la sua produzione artistica continua a essere “orientata verso la Malesia”. Ciononostante, canzoni quali la più recente《漂向北方》(il cui titolo alternativo in inglese è “Stranger in the North”) (2016) dimostrano una certa attenzione a temi sociali di attualità nella Cina continentale, come quello dei migranti che cercano fortuna nelle grandi metropoli, in particolar modo a Pechino. Il brano, un duetto tra Namewee stesso e l’artista taiwanese-americano Wang Lee Hom 王力宏, anche lui considerato dal discorso sinocentrico della RPC un membro della diaspora, rovescia il tropo dei membri della comunità cinese all’estero che tornano nell’abbraccio accogliente della madrepatria. Come osserva Wai-Siam Hee, i due cantano del loro senso di non appartenenza alla terra avita e di una soggiacente incompatibilità con il Sogno cinese, come si evince anche dai versi del brano: «Me ne sto in piedi sotto i piedi dell’imperatore [nella capitale], schiacciato tanto da non poter respirare/Camminando lungo Via Qianmen mi sento diverso dal resto della gente/ forse non appartengo a questo luogo, forse sarei dovuto andare via da un pezzo» (我站在天子腳下被踩得喘不過氣/走在前門大街跟人潮總會分歧/或許我根本不屬於這裡早就該離去).

Recentemente, in una nuova canzone, a cui persino i media internazionali non sinofoni hanno dato ampio risalto, Namewee si è mostrato ancora più critico e dissacrante nei confronti di alcuni temi spinosi della società e della politica cinesi attuali, facendo storcere il naso a Pechino.《玻璃心》(Cuore di vetro/Fragile), questo il titolo del brano, è stato pubblicato su YouTube il 15 ottobre 2021 e si avvia verso i 41 milioni di visualizzazioni. La fragilità, o meglio la suscettibilità, a cui allude il pezzo è quella del “Piccolo Esercito Rosa” (Xiǎo fěnhóng 小粉紅), ossia tutta una schiera di internauti cinesi che si dedica a condannare, in modo spesso verbalmente assai violento, quelli che considerano dei comportamenti antipatriottici e a chiamare al boicottaggio di prodotti culturali e di consumo visti come poco rispettosi nei riguardi della RPC. In un video in cui un panda di peluche antropomorfo si muove sulle note di una melodia volutamente sdolcinata in un mondo dove tutto è mielosamente rosa Big Babol, Namewee e Kimberley Chen 陳芳語, la cantante australiana di origini sino-malaysiane con cui duetta, prendono in giro il “Piccolo Esercito Rosa” con frasi quali “Non capisco in che modo ti ho insultata /sei sempre convinta di avere il mondo contro” (不明白到底辱了你哪裡/總覺得世界與你為敵) o “scusa se sono troppo diretto/la verità fa sempre male/forse non dovrei essere così schietto, troppo schietto/ti ho fatta arrabbiare un’altra volta” (對不起是我太任性/講真話總讓人傷心/或許不該太直白超直白/有讓你森七七). Inoltre la canzone tocca parecchi argomenti spinosi per Pechino, dimostrando così, ancora una volta, l’enorme spirito critico di Namewee nei confronti del “modello cinese”. La canzone allude con riferimenti indiretti, ma facilmente interpretabili da chi conosce la società cinese contemporanea, a questioni quali il rapporto con Taiwan nei versi “Dici che ti appartengo/Non scappare, torna a casa/Non può mancare neppure una parte, fartela avere vinta sarebbe folle/Vuoi che spieghi ai quattro venti/che siamo inseparabili/e per di più che mi prenda anche cura del tuo fragile [cuore di] vetro” (你說我屬於你/別逃避快回家裡/一點都不能少都讓你贏不講道理/你要我去說明/不可分割的關係/還要呵護著你易碎玻璃) o la crisi uigura nei versi “Quando parli ti autocensuri/ per paura di essere mandato a cogliere meloni di Hami [città del Xinjiang orientale famosa per i suoi meloni] in un campo di rieducazione” (說個話還要自帶消音/怕被送進去種哈密瓜再教育). Con la frase «Ti sei mangiato la mela» (吃了蘋果), il testo prosegue con un riferimento alla situazione della stampa a Hong Kong e in particolar modo allude alla chiusura del più popolare quotidiano pro-democratico, lo Apple Daily (《蘋果日報》), avvenuta nel giugno 2021. E non mancano neppure i riferimenti al Presidente della RPC, quando si allude all’idea di «prosperità comune» (gòngtóng fùyù 共同富裕) che, secondo le parole di Xi Jinping, “è un requisito essenziale del socialismo e una caratteristica importante della modernizzazione di tipo cinese”, o come quando viene consigliato di “essere ubbidiente e non provare a scavalcare di nuovo il muro, che se lo viene a sapere il nonno [Xi Jinping, appunto] sentiremo tanto la tua mancanza” (要聽話別再攀岩爬牆壁/爺爺知道了又要懷念你). Quest’ultimo accenno allo stretto controllo su internet si è rivelato profetico per quanto riguarda il destino della canzone stessa, la cui diffusione in Cina è stata prontamente bloccata dalle autorità. Non solo, anche gli stessi Namewee e Kimberley Chen sono stati considerati personae non gratae sul territorio (reale e virtuale) cinese e i loro account Weibo sono stati oscurati solo qualche giorno dopo il lancio online del brano.

(Namewee e il panda antropomorfo di 《玻璃心》)

Accusato di prendere in giro sia il governo della RPC sia il popolo cinese, l’artista sino-malaysiano ha dichiarato con un post su Facebook che, sebbene si consideri un amante della cultura cinese, non ha alcuna intenzione di andare in Cina per via della censura e delle troppe restrizioni che potrebbero influire negativamente sulla sua creatività e sul suo lavoro. In tal senso Namewee mostra una differenza sostanziale rispetto allo stuolo di artisti (o aspiranti tali) sino-malaysiani che invece vedono nella Cina continentale un enorme e appetibile mercato dove lanciare la propria carriera. I palcoscenici e le luci della ribalta cinesi hanno stregato persino cantanti malaysiani di origine non cinese, come dimostra il caso di Shila Amzah, cantautrice di etnia malese, diventata una star anche nella RPC grazie alla sua partecipazione alla seconda stagione del talent show canoro I am a Singer (我是歌手) (2014) dove si è esibita in brani sia in inglese sia in mandarino. Shila Amzah si è rivelata un ingranaggio importante, anche se forse inconsapevole, del meccanismo del soft power cinese in Malesia, come si evince dalle parole di una giovane studentessa malese che ammette di avere intrapreso lo studio del mandarino seguendo l’esempio della cantante e che spera, in futuro, di parlarlo bene quanto lei.

Se è vero che la Cina non è una sola, lo stesso si può affermare della Malesia. È difficile dunque dire come si percepisca il gigante asiatico a quelle latitudini tropicali, dato che ci troviamo di fronte a una società complessa e frammentata linguisticamente, etnicamente e culturalmente. In questa sede mi sono quindi limitato ad analizzare una carrellata di esempi che vedono coinvolta principalmente la comunità sino-malaysiana, importante attore nelle relazioni con la Cina non solo per ovvie ragioni etnico-linguistiche, ma anche per il peso demografico che essa ha nel Paese di cui costituisce un tassello fondamentale. Come si è visto, è una comunità che fluttua costantemente tra l’ammirazione, l’entusiasmo e la diffidenza nei confronti della Cina, terra a cui alcuni sino-malaysiani sono legati più di altri. In ambito musicale, i casi limite di Priscilla Abby e Namewee mostrano in modo evidente come le identità dei sino-malaysiani siano molteplici, personali, fluttuanti e situazionali, così come molteplici, personali, fluttuanti e situazionali sono le immagini che hanno della Cina e i rapporti che intrattengono con essa.

Di Antonio Paoliello per Sinosfere*

**Sinosfere è una rivista che si occupa di cultura cinese, intesa come l’universo molteplice e mutevole delle rappresentazioni che, viaggiando storicamente nel tempo e nello spazio, hanno variamente influenzato i particolari modi di vedere, di parlare e di sentire che informano la vita delle società cinese odierne. Creata da un gruppo di studi di storia e cultura cinese, Sinosfere vuole essere – come meglio si chiarisce in altro luogo – una piattaforma volta a esplorare e una discussione sulle dinamiche socio-culturali cinesi indagando su una logica peculiare che il governano.

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