L’Ecuador a un passo agli ottavi di finale: il rock latino della squadra sorpresa dei Mondiali

DOHA – “Se dovessi definire la mia squadra, userei un aggettivo: moderna” dice il ct Gustavo Alfaro, ripescando esattamente quel genere di qualità che a nessuno verrebbe mai in mente di abbinare al calcio marginalmente e tipicamente sudamericano dell’Ecuador, quell’antico futbol fatto di agonismo e individualismo, quel gioco un po’ come viene, di passione e allegria. Adesso vedi stare in campo l’Ecuador e pensi magari all’Atalanta, che laggiù forse non sanno nemmeno cosa sia: noti una squadra dalle linee strette che pressa e riparte, velocissima, verticale, famelica.

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L’Ecuador, la squadra del rock latino

Non c’è più danza languida in quel calcio, ma qualcosa di elettrico. È un rock latino che sta spostando delle gerarchie. “È il calcio di secondo piano che si sta sviluppando, da noi come in Asia o in Africa” spiega Alfaro, sessant’anni, argentino, l’uomo dell’ultimo miglio: ha preso la parte terminale di un lavoro che parte da lontano (ma non da lontanissimo: dal 2009) e lo sta connettendo ai risultati. Qui in Qatar c’è l’Ecuador ma non ci sono per esempio Cile e Colombia, nazionali di ben altra tradizione. E qui l’Ecuador ha stracciato il Qatar all’esordio, avrebbe strameritato di battere l’Olanda ed è a un passetto dagli ottavi (basta un pari con il Senegal), quindi sul punto di eguagliare il miglior risultato nella storia della Tri. “Ma noi stiamo già guardando oltre”, indicava Alfaro prima del debutto: “Il nostro vero obiettivo è il 2026, perché per quella data sono sicuro che potremo selezionare tra almeno quaranta calciatori ecuadoriani inseriti nelle migliori squadre europee”.

Il ruolo del controverso imprenditore Michel Deller

L’ecuadoriano in Europa è in effetti sempre stato una rarità, un’eccezione, mica come l’uruguayano, il cileno, il colombiano, ma anche il peruviano o il paraguayano. L’ecuadoriano migra casomai in Messico, o nella Mls, ma adesso il canale con l’Europa s’è aperto e il merito è di un club che fino a una dozzina d’anni era irrilevante, l’Independiente del Valle, insediato in una cittadina di 75 mila abitanti a sud di Quito, Sangolquí: nel 2005 venne acquistato da uno degli uomini più ricchi del Sudamerica, Michel Deller, con l’obiettivo dichiarato di farne un riferimento per lo sviluppo del calcio dell’Ecuador. Nel giro di tre anni è risalito dalla serie C alla serie A, nel 2019 ha cominciato a conquistare titoli (la vetrina della prima squadra è fondamentale), ma soprattutto è nata dal nulla un’accademia di altissimo livello, dove cento ragazzi reclutati in tutto il Paese (accuratamente mappato per capire quali fossero le regioni calcisticamente più produttive) crescono in strutture da college americano, studiano, vengono assistiti anche da psicologi. Prima, in Ecuador il concetto di vivaio sostanzialmente non esisteva, qui in Qatar ci sono invece ben 11 giocatori cresciuti nell’Idv, il più importante dei quali è Moises Caicedo, 21 anni, perno del Brighton di De Zerbi dove gioca anche Estupiñan: è stato proprio Alfaro a convincere il club inglese ad acquistare quest’ultimo dal Villarreal, perché vuole che i suoi giocatori siano sempre in connessione.

L’Ecuador è arrivato terzo al Mondiale under 20 del 2019 e vinto il titolo sudamericano della categoria nello stesso anno: di quella nidiata fanno parte Caicedo, Plata, Estupiñan, Porozo e Palacios, tutte colonne qui Qatar, anche se il più bravo è uno ancora più giovane, il difensore Hincapié del Bayer Leverkusen, 19 anni. L’Ecuador ha anche uno dei capocannonieri del torneo, Enner Valencia (che ha male un ginocchio ed è in dubbio per il match contro il Senegal), il quale ha segnato tutti gli ultimi sei gol della Tri al Mondiale: prima c’era praticamente soltanto lui, ma adesso l’Ecuador è pronto per non avere più sei gol da un solo giocatore, ma sei giocatori che possono fare un gol per uno, almeno. Nel 2026, ma anche subito.

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