Le meditazioni pop dei Belle and Sebastian | Rolling Stone Italia

Quando compare in video su Zoom, Stuart Murdoch ha dietro di sé un grande poster raffigurante un bosco. «È lo sfondo delle mie sessioni di meditazione online», dice il cantante dei Belle and Sebastian. In effetti, durante la pandemia ci è capitato di osservarlo mentre, in diretta Facebook, con gli occhi chiusi, invitava i fan a rilassarsi e staccare la mente. Ora sappiamo che nello stesso periodo era al lavoro su A Bit of Previous, in uscita il 6 maggio: un album, il loro nono, che i Belle and Sebastian avrebbero dovuto registrare in California, se non fosse che il Covid li ha bloccati a Glasgow, costringendoli a ripianificare tutto in loco. Risultato: a sette anni dall’ultimo lavoro in studio Girls in Peacetime Want to Dance (nel mezzo, la colonna sonora del film del 2019 Days of the Bagnold Summer di Simon Bird), la band scozzese sforna 12 tracce che in qualche modo costituiscono un compendio della sua produzione discografica. Da un lato, c’è il folk-pop carezzevole, intimista e nostalgico che negli anni ’90 trasformò il gruppo in una realtà di culto della scena indie internazionale; dall’altro, quello solare e brioso, fatto di good vibes e atmosfere festaiole, in cui ritmi incalzanti, cori, battimani e arrangiamenti creati con un’abbondanza di strumenti (chitarre, fiati, archi, armoniche, synth…) sostengono riff e melodie che ti si piantano in testa al primo ascolto.

«Non credo sia giusto sforzarsi troppo quando si scrive una canzone», ha dichiarato una volta Murdoch, alla voce in quasi tutti i brani e a dirla tutta nei più riusciti del lotto. E se è vero che di nuovo c’è poco – i Belle and Sebastian sono sempre quelli che guardano agli anni ’80 come al Northern Soul e che hanno saputo fondere gli Smiths, i Pastels e i Beach Boys con Donovan e Nick Drake – si avverte una spontaneità che per una formazione con alle spalle quasi 30 anni di storia e molti cambi di line-up non è scontata. «”A bit of previous” è un’espressione che usiamo nel Regno Unito quando vogliamo dire che rispetto a qualcuno o a qualcosa hai un precedente. Magari hai litigato con una persona, o questa persona ti ha offeso, ma può trattarsi anche di un precedente penale, in ogni caso niente di positivo, solitamente. Se abbiamo pensato di usarla come titolo del disco è perché da tempo sono interessato alla reincarnazione e all’idea che la Storia non faccia altro che ripetersi ciclicamente e che gli esseri umani nascano ancora, ancora e ancora».

Come s’inserisce questo concetto nell’album?
In una delle versioni del vinile c’è una traccia extra che probabilmente non hai ancora potuto ascoltare, intitolata proprio A Bit of Previous.

Già, quella mi manca.
Sarà un singolo, comunque, avrete tutti modo di sentirla. Ed è una canzone che parla di reincarnazione, del fatto che tutte le persone che incontri nella vita nel passato hanno avuto tante esistenze diverse e in una di queste potrebbero essere state tua madre. È ciò che a cui dovremmo tutti pensare quando ci imbattiamo in qualcuno che, per esempio, sta facendo l’elemosina. Incentrata sulla fede nel ritorno eterno delle nostre anime sulla Terra, l’idea della reincarnazione è un’ottima premessa per una compassione indiscriminata nei confronti degli altri.

È un’idea lontana dal cristianesimo, immagino tu lo sappia, visto che anni fa, quando soffrivi di sindrome da stanchezza cronica, hai vissuto per un periodo in una chiesa di cui eri il custode. La stessa dove avete registrato la canzone Lazy Line Painter Jane.
Vero, ma sono concetti che anche da cristiano che crede nel Paradiso trovo affascinanti per i motivi che ho detto, così come mi intrigano la legge del karma e la possibilità dell’illuminazione.

L’illuminazione che apre le porte al Nirvana… Ma tornando all’album, è il primo registrato interamente a Glasgow dopo Fold Your Hands Child, You Walk Like a Peasant, del 2000. Com’è andata?
È andata che avremmo dovuto partire per Los Angeles, ma è arrivata la pandemia e dopo sei mesi di attesa, quando ci siamo resi conto che non sarebbe passata velocemente, abbiamo deciso di fare tutto a Glasgow. Solo che non avevamo uno studio di registrazione nostro, così ne abbiamo ricavato uno dove di solito proviamo, creando anche delle piccole stanze in più per ogni componente della band, come precauzione contro il Covid. E lì abbiamo chiamato un ingegnere del suono molto bravo, Brian McNeill.

Questo cambio di programma ha avuto qualche effetto sulle canzoni?
Sì, non potendo stare sempre tutti insieme in studio – a volte c’ero solo io, altre volte io con Sarah (Martin, nda) e Chris (Geddes, nda) – le canzoni sono state scritte in una maniera un po’ diversa, penso a brani come Young and Stupid, Prophets on Hold e If They’re Shooting at You, nati scarni e arricchitisi man mano. Ed essendo bloccati in città, la sera, dopo le sessioni di registrazione capitava spesso che lasciassi lo studio per delle lunghe passeggiate durante le quali mi riascoltavo il materiale e riflettevo su come migliorare questa o quell’altra canzone, se riscrivere qualcosa, se aggiungere degli archi da qualche parte, cose di questo genere. Non so se l’atmosfera della città abbia influito sul songwriting, perché in quel periodo la gente aveva ancora paura di uscire, io stesso non usavo i mezzi pubblici, andavo ovunque a piedi. Però credo che in questo disco sia entrata una nostalgia per il passato e per le persone che non vedevamo da tempo che senza la pandemia forse non avremmo mai provato così intensamente.

Com’è Glasgow oggi, rispetto alla Glasgow della seconda metà degli anni ’90 che vide i Belle and Sebastian esordire con Tigermilk e conquistare il successo con If You’re Feeling Sinister e The Boy with the Arab Strap?
Ti rispondo con un pensiero buddista: è tutta una questione di percezione. Glasgow è cambiata nella mia mente, più che altro, perché sono invecchiato, e ora la vedo in modo completamente diverso rispetto a quando avevo 20 anni e uscivo sempre la sera, andavo ai concerti a caccia di nuove band e di ragazze. Il solito, insomma. Adesso sono padre e sono interessato ai parchi acquatici, visto che i miei figli li adorano (ride). Ma a un ventenne di oggi la consiglierei ancora, è un buon posto per chi ama la musica e l’arte.

Quello che stai dicendo richiama il tema di fondo di Young and Stupid, traccia di apertura di A Bit of Previous.
Una canzone che ho scritto velocemente, mi sono svegliato con la melodia in testa, sono andato in studio e via. Parla del fatto che quando si è giovani si pensa di avere tutta la vita davanti per fare tante cose e così si finisce per sprecare il proprio tempo. Perché si è stupidi e ci si perde dietro a un’infinità di pensieri, paranoie, cose che da adulti si sanno scansare più facilmente, perché si è un po’ più saggi. Il problema è che si è anche più vecchi.

https://www.youtube.com/watch?v=h2-RZSVHNVQ

Forse è il caso di ammettere che siamo stupidi anche da vecchi, visto che le paranoie non è che cessino con la fine della giovinezza; non è questo che canti nell’energica Unnecessary Drama?
Hai ragione, in qualche modo le due canzoni sono connesse. Unnecessary Drama me l’ha ispirata una serie di lettere che mi ha scritto un’amica più giovane di me dall’Australia, lettere in cui rivelava un caos che mi rammentava il me stesso più giovane. Così provavo a darle dei consigli, ma ogni volta che mi riscriveva la situazione era peggiorata, tanto che alla fine mi sono convinto che sotto sotto quel delirio fatto di uomini, donne, intrighi e problemi a lei in quel periodo piaceva, non poteva farne a meno.

Credi davvero che invecchiando si diventi più saggi?
Quella è la speranza, ma ti racconterò una cosa. Oggi stavamo facendo le prove per una session radiofonica sulla BBC e a un certo punto abbiamo iniziato a suonare Young and Stupid pensando di dedicarla al tema della Brexit, il che ci ha spinti a modificare il testo, così che ci siamo ritrovati a cantare “everything is fine when you’re old and stupid”. Capisci?

Eccome.
Dunque possiamo concordare sul fatto che non è detto che l’avanzare dell’età corrisponda a una maggiore saggezza.

Infatti, del resto se pensi che l’invasione in Ucraina è stata decisa da un quasi 70enne…
È così, a detenere il potere sono quasi tutti uomini bianchi e anziani.

Hai qualcosa di saggio da dire al riguardo?
Ma sai, questa è Storia, non è mai cambiato nulla, nell’ultimo secolo sono sempre stati degli uomini bianchi piuttosto avanti con l’età a rendere le nostre vite una merda, e non credo che le cose cambieranno. Purtroppo l’unica cosa che possiamo fare è cacciare via ogni tensione, ogni tipo di rabbia e nervosismo nei confronti degli altri, e cercare la calma e la pace dentro di noi, così da diventare esempi per chi ci sta attorno. È inutile incazzarsi, bisogna restare umani, e quindi rispettosi, gentili.

Non si rischia l’indifferenza in questo modo?
È possibile, ma quando sei in pace nella testa e nel cuore, prendi decisioni migliori, più giuste. D’altronde non sto dicendo che dobbiamo fregarcene di tutto e pensare solo a drogarci e divertirci. No, sto dicendo l’opposto: se qualcuno si comporta male, rispondiamogli comportandoci bene, facendo del nostro meglio nella direzione contraria.

Immagino sia questo lo spirito con cui lo scorso marzo avete condiviso il singolo If They’re Shooting at You con un video montato con scatti di fotografi ucraini, annunciando che il ricavato sarebbe andato in beneficenza. È anche lo spirito con cui hai lanciato le tue sessioni di meditazione sui social? Tempo fa ero sul vostro Facebook e ti ho visto in diretta, immobile davanti allo schermo del computer, con gli occhi chiusi: confesso che mi è parso strano.
Non mi sono mai visto da fuori, ma capisco che se apri per caso la diretta e ti disconnetti un attimo dopo la sensazione sia quella. Però chi segue le sessioni per intero, e sono in molti, sa quanto sia potente ciò che facciamo. Io stesso ne traggo grande beneficio, soprattutto durante il lockdown non vedevo l’ora che fosse domenica sera, il giorno di queste meditazioni online, perché sapevo che avrei finalmente potuto godere di una connessione profonda con altre persone. Persone da tutto il mondo, tra l’altro, e questo è molto bello: gente dal Messico, da Singapore, dall’Australia, che nello stesso momento era lì con me a meditare. Contro l’ansia, la depressione e tutte quelle problematiche che con la pandemia si sono aggravate, meditare è un’ottima risposta, dopodiché sono consapevole che io personalmente non raggiungerò mai il livello conseguito dai miei maestri, perché sono troppo attaccato alla musica, alla famiglia, al sesso. Sono attaccato a…

Alla vita?
Sì, e non c’è niente di male, ma sai, so anche che ci sono tante cose in questa vita a cui potrei rinunciare per meditare di più, in modo da diventare una persona ancora più pacifica e più gentile, meno autocentrata.

In tutto ciò i Belle and Sebastian sono diventati un’icona del mondo indie. Ricordo che in un’intervista al New York Times Josh Madell, co-proprietario del negozio di dischi Other Music, fino alla chiusura nel 2016 una mecca della scena indipendente, scelse If You’re Feeling Sinister come uno degli album più rappresentativi dello store. Ma oggi, nel 2022, che cosa significa indie?
Ieri Stevie (Jackson, nda) ha detto che nessuna band che è stata etichettata come indie ammetterà mai di essere indie. Perché se dici una cosa del genere, può significare che non ti interessa così tanto fare della buona musica. Ad ogni modo io provengo innegabilmente da un background di gruppi indipendenti, penso ai Felt, agli Orange Juice, ma oggi mi sembra che a essere considerate indie siano le band con le chitarre, visto che sono piuttosto rare, specie nelle classifiche.

In questo disco c’è anche una canzone dal titolo equivocabile, Do It for Your Country. Anche se conosciamo l’ironia dei vostri testi…
Premetto che non si tratta di una canzone nazionalista e nemmeno patriottica. Il titolo è un po’ uno stratagemma, rimanda a un discorso in cui JFK disse “ask not what your country can do for you, ask what you can do for your country”, ma in realtà il pezzo è una conversazione tra due persone che stanno parlando di sessualità e una dice all’altra che dovrebbe vivere il sesso e il piacere appieno innanzitutto per se stessa.

Secondo te il dibattito odierno su questi temi è libero?
Oggi quando si parla di sessualità bisogna stare più attenti in termini di inclusività e di rappresentazione delle minoranze, e penso sia un bene.

In Italia vi vedremo in concerto il 26 gennaio 2023, al Fabrique di Milano. Com’è cambiato negli anni il rapporto dei Belle and Sebastian con la dimensione live? È diventata più importante rispetto ai periodi in studio?
Lo è per forza, ciò che conta è trovare un equilibrio. In studio si è come in una bolla, nella fase dell’ispirazione, sei completamente immerso nelle nuove canzoni, anzi, ne sei ossessionato. Adesso siamo nella fase di mezzo, che per me è sempre stata la più difficile, perché devi reinventare i pezzi per portarli dal vivo ed è piuttosto complicato. E anche perché man mano che si avvicina il momento del tour ti sale l’ansia, ti senti un po’ nervoso. Ma non appena sali sul palco ti ricordi che è la cosa più bella del mondo.

Vi ho visti live nel 2018, tra l’altro in scaletta non è mancata una vostra canzone che per me è un inno, I Want the World to Stop, e vi ringrazio. Ma a parte questo, osservandoti da sotto al palco pensavo che nel tuo modo di essere performer si percepisce il tuo amore per i musical.
Oh, sì, adoro i musical, ne ho anche diretto uno nel 2014 (God Help the Girl, nda) e credo ne farò un altro in futuro.

Mentre com’è andata con The Boaty Weekender, il festival di quattro giorni che avete organizzato su una nave da crociera nel Mediterraneo, dove avete suonato con gruppi come Mogwai e Yo La Tengo? Era il 2019, ma avete anticipato una formula che con la pandemia è diventata un trend. Com’è nata l’idea?
Credici o no, ma nel secondo anno di vita dei Belle and Sebastian avevamo già provato a organizzare un tour su una nave. Tutto era nato dal fatto che mio padre lavorava sulle navi, e lo stesso lavoro lo fanno un mio zio e mio fratello. La mia idea era di portare la band su una barca e di circumnavigare il Regno Unito fermandoci nelle città portuali, suonando prima di andare a dormire nelle cabine… Era una bella trovata, ma all’epoca troppo costosa, mentre questa volta, finalmente, ce l’abbiamo fatta: siamo partiti da Barcellona e approdati a Cagliari. Ed è stato un sogno, quando ci penso, ancora non ci credo, che lo abbiamo realizzato.

Allora ti dico un mio sogno: vedere voi e gli Arab Strap insieme in concerto. Pazienza se si dice che ai tempi di The Boy With the Arab Strap c’era stata qualche tensione tra di voi.
Ma sai che è possibile? Stavo parlando con il mio manager qualche giorno fa, perché mia moglie è di origini italiane, ha la famiglia ad Acireale, in Sicilia, e sta cercando di portarci a suonare all’Anfiteatro di Taormina. E lui mi suggeriva che potremmo organizzare un piccolo festival e invitare altre band. Perché non gli Arab Strap?

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