Dragon Ball Super: Super Hero – Recensione

Rispetto al precedente Dragon Ball Super: Broly, che è stato campione di incassi e attesissimo dai fan di tutto il mondo, Dragon Ball Super: Super Hero (da qui in poi solo Super Hero per comodità), l’ultimo capitolo dell’immensa saga firmata da Akira Toriyama per Shueisha e portata in animazione da Toei Animation, appare come un film molto più modesto, più sfortunato (l’attacco hacker alla compagnia della scorsa primavera ha fatto slittare la data d’uscita originale da aprile a giugno e fatto saltare diversi piani per questo film) e molto meno atteso dai fan, per vari motivi.

Dal 29 settembre, grazie a Crunchyroll e Sony, Super Hero si appresta a fare il suo debutto nei cinema italiani, ma noi di Animeclick.it abbiamo potuto vederlo in anteprima.

 

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È indubbio che, rispetto a Broly, il film abbia un tono molto diverso, più piccolo (pun intended), più intimo. Le botte da orbi e le scene di battaglia spettacolari e devastanti non mancano, ma stavolta non ci sono alieni, divinità o minacce spaziali e il tutto si gioca solo all’interno della base dell’esercito nemico. Un esercito che i fan di vecchia data conoscono bene, poiché si tratta del… Red Ribbon, redivivo in incognito dietro la copertura di un’azienda farmaceutica e sotto la guida di Magenta (nome azzeccatissimo), figlio del mai dimenticato comandante Red della prima serie. È proprio alla prima serie che Super Hero si riallaccia, con un flashback che ci racconta la sconfitta dell’esercito da parte del piccolo Goku per poi ricollegarsi a Z, parlandoci del Dr. Gelo e di Cell, tutte questioni che ci servono per arrivare alla storia di Super Hero. Essa, infatti, vede Magenta assoldare il Dr. Hedo, (ancor più) geniale nipote del Dr. Gelo. Fissato coi supereroi, Hedo viene dunque facilmente manipolato da Magenta, che lo convince a creare dei nuovi cyborg per combattere la nuova minaccia per la Terra… certi alieni dai capelli biondi di nostra conoscenza!

Ad affrontare la minaccia dei nuovi androidi, tuttavia, non saranno né Goku né Vegeta, impegnati nel consueto allenamento da Beerus e Whis e presenti nel film per nemmeno cinque minuti complessivi. In assenza dei due personaggi principali, le luci della ribalta toccano al più improbabile degli eroi: Piccolo, che qui diventa la vera star del film.

 

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Ad occuparsi della sceneggiatura del film è ancora una volta Akira Toriyama, e la cosa è palpabilissima agli occhi di chi conosce lo stile dell’autore avendo seguito anche altre sue produzioni che non siano Dragon Ball. Lo stile di disegno dei personaggi inediti è ancora una volta quello moderno di Toriyama, e l’impronta dell’autore si nota in tantissimi piccoli particolari e dettagli tipici del suo modus narrandi che caratterizzano i personaggi, soprattutto quelli nuovi. Magenta e il suo segretario-tuttofare Carmine, così come il Dr. Hedo, sono i tipici adulti alla Toriyama, ricchissimi di vizi e difetti buffi (il cercare invano di accendere il sigaro, la fissa per i biscotti Oreo, la passione per i supereroi, la creazione di invenzioni ricchissime di dettagli complicati…) che fanno ridere ma allo stesso tempo mettono alla berlina il mondo troppo impostato degli adulti, cosa che è da sempre una caratteristica delle opere dell’autore.

Autore che torna a occuparsi di uno dei suoi temi preferiti, ossia quello dei supereroi, qui incarnati anche dai due nuovi cyborg Gamma 1 e Gamma 2, chiaro riferimento a quegli Ultraman e Kamen Rider che Toriyama citava spesso e volentieri in Dr. Slump e Arale.
Questa ironia, ovviamente, non può che coinvolgere anche i nostri eroi, i quali diventano anch’essi ricchi di difetti e vizi simpatici una volta diventati adulti: Gohan diventa il classico studioso che non vede a un palmo dal suo naso senza occhiali (a meno di non trasformarsi in Super Saiyan), Videl spaccia pupazzetti di peluche, Bulma chiede al Dio Drago di rassodarle il corpo e farla ringiovanire ad ogni desiderio espresso.

 

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Se Broly era un film ambizioso, che andava a scavare nel passato degli alieni Saiyan approfondendolo, aggiungendo dettagli e presentando un nuovo personaggio che portava a scontri di portata apocalittica, Super Hero è invece un film mediamente più tranquillo, che sfrutta la scusa di una minaccia “di poco conto” e più umoristica, per narrarci una storia più modesta, ricca di ironia, di momenti slice of life e di approfondimento dei personaggi sempre in stile Toriyama. Sì, ci sono anche qui scontri, urla, trasformazioni, fusioni, power up fini a se stessi, botte da orbi e scontri apocalittici con boss finali che sparano tremila raggi energetici al secondo mentre si sgolano urlando. Tuttavia, anche nei combattimenti un po’ si sente il tocco dell’autore, un po’ come se Toriyama ti stesse dicendo “Ok, devo infilarci queste cose per forza, ma lo farò a modo mio”, ed ecco quindi che da una parte vengono riprese tecniche come il Makankosappo, il Kienzan o la facoltà di Piccolo di ingigantirsi, che mancavano sugli schermi da un po’; dall’altra ci sono meno colpi energetici e i combattimenti sono molto più fisici, con un gran uso di tecniche e prese del pro-wrestling reale, oppure che diventano specificatamente “fumettistici” con enormi onomatopee che appaiono su schermo e… i personaggi che le notano!

 

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Il punto focale del film, tuttavia, non sta qui, quanto appunto nel mostrarci la quotidianità dei personaggi, i rapporti fra di loro e in qualche modo, nei limiti di Dragon Ball, la loro crescita (quella anagrafica si nota, con Pan, Trunks e Goten qui più grandi rispetto a episodi precedenti della serie). I personaggi di Dragon Ball sono un bizzarro gruppo fatto da umani, alieni, alieni per un quarto, semi-alieni, demoni, androidi, divinità, creature fantastiche e chi più ne ha più ne metta. Ormai da più di trent’anni si conoscono e sono sempre lì l’uno per l’altro, nonostante stiano tutto il tempo a farsi battutine o a sclerarsi contro.  innegabile che, agli occhi di uno spettatore adulto, il fascino di Dragon Ball oggi stia qui, nel vederli crescere, metter su famiglia, fare delle vite a modo loro normali, interagire tra di loro ricordandosi che nonostante tutto si vogliono bene, piuttosto che nell’eterno ritorno dello schema, già abbastanza vuoto ai tempi della serie originale, che vede l’arrivo di nuovi nemici spuntati dal nulla e dalla caratterizzazione piuttosto blanda da far affrontare a un eroe che si diverte combattendo e si spinge oltre i limiti con trasformazioni sempre nuove.

 

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Non è la prima volta che Dragon Ball ci offre un film senza Goku, ripensiamo ad esempio al film di Dragon Ball Z intitolato Sfida alla leggenda, dove protagonista era il quartetto Gohan/Videl/Goten/Trunks. Ogni tanto, variare qualcosa nella formula, non è male.
È strano dirlo, ma personalmente credo che a Dragon Ball faccia bene l’assenza di Goku, personaggio tanto iconico quanto stupidotto, monotematico e con poche sfumature. I fan giapponesi non sono mai stati d’accordo, al punto che hanno fatto fallire a più riprese l’idea originale dell’autore di ucciderlo e sostituirlo col figlio Gohan, hanno penalizzato gli ascolti di qualsiasi episodio della serie tv non fosse incentrato su di lui e hanno portato alla creazione di una serie come Dragon Ball GT, dove ogni qualsivoglia spunto di approfondimento su altri personaggi (vedi Pan e Trunks) era stroncato sul nascere da un ossessivo Goku-centrismo, per chiara ammissione degli autori che seguivano i desideri dei fan. E penso sia anche questo uno dei motivi per cui in Giappone Super Hero è stato accolto molto meno calorosamente di Broly. Ma agli occhi di uno spettatore adulto, a cui ormai l’ennesimo Molo sconfitto da un Goku che prima lo ha curato perché voleva combatterci al massimo della forza dà solo fastidio, non c’è dubbio che risulti più interessante un film come Super Hero, dove Goku non c’è e di rimando si dà molto spazio al lato “umano” dei personaggi, con un Piccolo inaspettato mattatore che si rivela essere molto più maturo e umano del nostro protagonista (dirà a Pan rapita dal Red Ribbon, “Se tuo padre non viene a salvarti, perché preferisce il lavoro a te, lo meno!“. Goku invece, in Dragon Ball Super, voleva portare Vegeta a combattere al torneo degli universi anteponendo il suo divertimento nella lotta ai doveri di padre di quest’ultimo, che voleva assistere Bulma impegnata con la nascita della figlia Bra).

 

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L’altro motivo per cui Super Hero ha avuto meno risonanza, e meno pareri positivi rispetto ai suoi predecessori, è sotto gli occhi di tutti: il fatto di essere quasi interamente realizzato in computer grafica cel-shading. Quasi, perché i flashback relativi a scene delle serie passate sono invece realizzati in animazione tradizionale, proprio per distinguerli, e infatti risultano particolarmente belli.
Si sa che gli anime-fan duri e puri non amano più di tanto la computer grafica, che rende i personaggi plasticosi. E, in effetti, l’effetto “plastica” purtroppo permane anche qui, con diverse scene non bellissime da vedere, ma di contro va detto che la CGI si adatta bene allo stile di Toriyama (del resto, utilizzato da ormai più di vent’anni per videogiochi poligonali come i vari Dragon Quest), specialmente a quello recente, e che ormai il confine tra gli anime e i videogiochi di Dragon Ball è piuttosto labile (basti pensare al fatto che Super Hero ha legami diretti di trama col videogioco FighterZ), quindi a un Dragon Ball in CGI ci si abitua piuttosto in fretta, e i combattimenti sono comunque ben animati, spettacolari, coi soliti giochi e giramenti di telecamera che sono sempre piacevoli all’occhio. Spero, tuttavia, che resti un esperimento unico, e che i futuri prodotti di Dragon Ball continuino ad essere realizzati con uno stile più vicino a quello tradizionale.

 

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Super Hero non è maestoso quanto Broly, non ha una colonna sonora epica (è abbastanza insignificante) né ha una “Blizzard” di Daichi Miura a farsi programmare dalle radio per mesi, anzi non ha nemmeno una canzone portante. Il cast giapponese dei doppiatori schiera fuoriclasse come Miyu Irino, Hiroshi Kamiya, Mamoru Miyano, Ken Uo e Volcano Ohta per dar voce ai nuovi personaggi. La versione italiana offre più o meno lo stesso cast della serie tv di Super e del precedente Broly, ma i nomi e i termini sono quelli originali giapponesi (Piccolo, Kamehameha, Dio, Kienzan ecc.) e per dar voce ai nuovi personaggi si è scelto un cast misto di doppiatori milanesi e romani che schiera, tra gli altri, Neri Marcoré, Francesco Venditti, Pierluigi Astore e… Massimo Corizza, storica voce di Goku bambino nel primissimo doppiaggio della prima serie, che qui dà invece voce al gatto Karin.

 

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Super Hero non è un film chissà quanto epocale, è un lungometraggio piuttosto modesto, che vuole far sentire a casa i suoi spettatori trasportandoli in un’avventura più intima, che funge da passaggio per futuri passi della storia di Dragon Ball (far crescere Pan, Trunks e Goten, ad esempio), approfondisce la backstory di vecchi personaggi come il comandante del Red Ribbon o il Dr. Gelo, ci ricorda che i personaggi di Broly sono ancora lì e dà loro un posto all’interno di questa grande storia, e ne introduce di nuovi, come il Dr. Hedo, che accogliamo a braccia aperte nel nostro già folto cast.
È un film divertente, simpatico, le due ore circa scorrono in un batter d’occhio senza momenti morti, si ride, ci si esalta, ci appare un sorriso beota e sciocchino sul volto in certe scene più intime e poetiche e tutto sommato ci si ricorda che, per quanto possiamo criticarlo, a Dragon Ball siamo ancora legati. Non sarà mai una saga dotata di una profondità particolare, su questo specifico punto perde il confronto con moltissimi suoi figli (da Dai no daibouken a Yu Yu Hakusho, da One Piece a The Seven Deadly Sins) che risultano più complessi. Ma Dragon Ball, con la sua leggerezza, riesce sempre a intrattenere in qualche modo, facendo sì che ci torniamo sempre. Super Hero fa da ponte tra il passato e il futuro di questa saga che ci accompagna ormai da più di trent’anni, ma che ci offre sempre qualche risata, qualche momento nostalgico, qualche sorriso.

 

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È chiaro che le vicende dei nostri Saiyan continueranno ancora, anche se non sappiamo se in altri film o future serie tv. Ed è molto difficile valutare queste nuove produzioni di Dragon Ball, che sono pensate sia per il pubblico più maturo degli ex fan ormai adulti, sia per i nuovi ragazzini che si sono affacciati al franchise coi videogiochi o le nuove produzioni. Gli adulti magari vorrebbero una maggior profondità, mentre ai ragazzini interessa solo vedere Goku e Vegeta che menano, urlano e si fanno una nuova tinta ai capelli. Da un lato, siamo un po’ stufi di seguire Dragon Ball, la cui storia si è di fatto conclusa con la prima evocazione del Dio Drago nel secondo volume e tutto ciò che è venuto dopo è un’aggiunta fatta a vista senza una specifica direzione, che amplia l’universo narrativo, aggiunge personaggi, li fa crescere ma non ha mai fissato per loro uno scopo particolare; dall’altro, tutto sommato a questi personaggi siamo affezionati, sono cresciuti con noi e facciamo fatica ad abbandonarli, perciò ci facciamo andar bene anche i momenti più vuoti di Dragon Ball, quelli dove si picchiano urlando per il gusto di farlo, perché si divertono o perché “li hanno disegnati così”, perché sappiamo che in cambio avremo qualche momento slice of life poetico o divertente che ci appagherà.

Super Hero è una via di mezzo, più sbilanciata verso l’apprezzamento da parte di un pubblico adulto, nostalgico e fan del Toriyama mattacchione e un po’ poetico dei suoi manga meno mainstream, e per questo lo promuoviamo. In attesa di sapere quali saranno le prossime mosse di Toei per quanto riguarda questo franchise, per il momento possiamo gustarci tranquillamente un paio d’ore in allegria con un alieno verde che si ritrova a fare da babysitter a una bimba tutto pepe dalla forza straordinaria e a fare da genitore putativo (perché quello vero è troppo impegnato a divertirsi altrove) a un salaryman con un casco di banane in testa e tanti grattacapi.

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