Più libri più liberi, ad Arena Robinson Ezio Mauro, Carlo Bonini abio Tonacci

Guerra, teatro, corpo delle donne e libertà, grande letteratura. Ulitmo giorno di Arena Robinson a Più Libri più liberi con grandi ospiti. Dagli anni Settanta raccontati da Fabrizio Gifuni, Miguel Gotor e Vanessa Roghi, alla comicità di Michela Giraud. Dalla grande letteratura con Pilar del Rio Saramago, curatrice dell’opera del marito José Saramago, alle visioni dei fumettisti Zuzu e Manuele Fior e Gipi, in dialogo con Francesco Artibani. Spazio al teatro con Ascanio Celestini e Antonio Rezza. Di diritti, corpo e libertà, si parlerà con Djarah Kan e con Pietro Turano che porta ad Arena Robinson Eclissi Talk. Infine un focus sulla guerra raccontata da Ezio Mauro, Fabio Tonacci e Carlo Bonini.

Tonacci: “Questa storia o finirà con Putin o con Zelensky. Non possono sopravvivere entrambi alla sconfitta”

Tonacci: “Quando il Cremlino cerca di dimostrare che i cadaveri che ho visto erano in realtà manichini, ai nostri occhi è ridicolo. Ma Putin non sta parlando a noi, sta parlando alla propria opinione pubblica. Quando dice che le regioni ucraine occupate sono loro, si impicca a questo. Come può tornare allo status quo del 24 febbraio dopo tutto quello che è successo? Sarebbe la sua fine. Questa storia o finirà con Putin o con Zelensky. Tutti e due non possono sopravvivere politicamente alla sconfitta”.

Mauro: “L’esercito in Russa potrebbe far cadere Putin e imporsi a sua volta, ma sarebbe peggio”

Mauro: “L’esercito viene dato in pasto all’opinione pubblica come il colpevole dell’insuccesso. La colpa, però, naturalmente è politica. C’è chi ventila l’ipotesi che i militari possano marcare loro una posizione autonoma e nella disgregazione del potere russo, senza più baricentro come in epoca sovietica, decidere di costituire loro una presenza forte, col rischio però di cadere dal sistema autocratico di Putin a una dittatura militare che creerebbe problemi maggiori di quelli che già abbiamo oggi”.

Mauro: “Oggi è più difficile decifrare il Cremlino di quando c’erano i sovietici”

Ezio Mauro: “È molto difficile fare previsioni. È un paradosso assoluto ma è più difficile decifrare l’assetto del potere al Cremlino oggi che in epoca sovietica, quando Churchill diceva, ‘la Russia è un enigma avvolto dal mistero’. Nell’Urss almeno il potere era strutturato nel partito unico. Conoscevi benissimo i riformatori, capeggiati da Gorbaciov, e le resistenze dei conservatori, sotto Ligachyov. Oggi non c’è nulla di tutto questo. L’assetto al vertice è apparentemente bloccato, composto da oligarchi e uomini dei servizi segreti, compagni di Putin nella sua vita precedente”.

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Ezio Mauro, Carlo Bonini e Fabio Tonacci raccontano la guerra in Ucraina

L’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro, l’inviato al fronte Fabio Tonacci raccontano il conflitto in Ucraina moderati dal vice direttore Carlo Bonini.

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Turano sull’ambiguità della chiesa quando si tratta di omosessualità

Turano: “Quando si tratta di omosessualità e omogenitorialità, ogni volta che la chiesa dice qualcosa, un’apertura molto semplice, si monta un caso. Poi in realtà non cambia nulla. Sembra quasi ci sia un gioco di marketing. Ma a ferire è il non poter essere nominati, l’innominabilità di quel che accade. Altrimenti se lo dici esiste”. Orfeo: “La rabbia è il mio unico dio ormai. Ed è la cosa più imperdonabile”.

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Con Pietro Turano le storie queer del suo nuovo podcast

Con l’attore di Skam Italia, Pietro Turano, l’anticipazione di una delle storie del suo podcast, Eclissi Talk (in collaborazione col Gay Center). Ospiti alcuni dei protagonisti delle puntate: Fabiano Caroli, che ha lasciato la vocazione del sacerdozio dopo aver incontrato il suo compagno: “Parlare di omosessualità in un seminario è impossibile”. E Orfeo, che in Puglia ha scelto di esporsi come uomo omosessuale, dopo una vita con moglie e figli.

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Djarah Kan: “Soumahoro? Non abbiamo bisogno di simboli costruiti da bianchi per lavarsi la coscienza”

Più libri più liberi, Djarah Khan: “Soumahoro? Non abbiamo bisogno di simboli costruiti da bianchi per lavarsi la coscienza”


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Gipi: “Mi ha chiamato un politico per chiedermi di appoggiarlo in campagna elettorale”

“Una volta, quando avevo i social e un certo seguito, mi arriva la telefonata da un politico che voleva una mano per la campagna elettorale. E io che vengo da via Baracca ero super lusingato per questa roba. Ti chiama uno che finora hai visto solo in televisione… Ho detto, ci penso, mi studio le vostre idee. Poi ho sentito quella voce di Groucho Marx, ‘non vorrei appartenere a un club che avesse me come membro’, e ho pensato, tu sei fuori di testa, vuoi uno come me solo perché ho i follower?”.

Gipi: “Ho scritto un fumetto che sarebbe un suicidio professionale pubblicare”

Gipi annuncia un altro fumetto, su cui resta il mistero: “Si chiama Stacey, ma è un coacervo di odio, andrebbe ben oltre il suicidio professionale e potrebbe non veder mai la luce”.

Gipi: “Non ho mai letto un manga in vita mia!”

“Non ho mai letto un manga in vita in mia – dice Gipi – E poi leggo pochissimo: è bello dire queste cose alle Fiere del libro. Ho due sorelle scrittrici che infatti mi odiano”. Sul fumetto Disney: “Non mi interessa”. Ma anticipa: il fumetto western sarà presto finito, “però siccome è difficile, all’inizio ci mettevo anche due giorni a tavola… Ci sono pure dei navajo che parlano in navajo, perché ero arrabbiato con le parole, volevo dimostrare che non avessero importanza. Anche se poi ce l’hanno… Tutte le volte mi succede questo, che la storia si autoimponga delle regole”.

Più libri più liberi, la fiera chiude con 100 mila presenze: “Un record”

Oltre 100 mila presenze, per gli organizzatori è un record. Più libri più liberi, la fiera nazionale della piccola e media editoria, organizzata dall’Associazione Italiana editori (Aie) e ospitata dal Roma Convention Center – La Nuvola, tira le somme nell’ultimo giorno di eventi e annuncia le date e il tema dell’edizione 2023: “Nomi Cose Città Animali Fiori Piante”, dal 6 al 10 dicembre.

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Celestini, Rezza, Mastrella, gli attori di teatro e il politically correct: “Per noi non è un problema, gli spettacoli sono un gioco”

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Gipi: “Volevo evitare di essere candidato allo Strega”

“Dire che un fumetto se è buono diventa letteratura è sbagliato – dice Gipi – Sono mezzi diversi. Come quando si pensa sia quasi automatico trarre un film da un fumetto, come se fossero vicini. L’altra cosa che non volevo rischiare era essere candidato al premio Strega: con questo Barbarone è impossibile… Anche perché poi vendi tante copie ma non ti legge nessuno, ti comprano quelli che non leggono fumetti, lo aprono, vedono i balloon e lo richiudono… E poi quando ti portano nell’appartamento Bellonci, succedono cose felliniane. Una signora mi ha scambiato per lo scrittore Antonio Scurati. Un signore anziano è svenuto. Un critico si è preso a cazzotti con un altro. Quella notte però aspettavo di incontrare quella che sarebbe diventata mia moglie, quindi non me ne fregava nulla, volevo solo fosse finita per uscire con Chiara (Palmieri, ndr.)”.

Gipi: “La trappola dell’avere solo me stesso come argomento del racconto”

Gipi: “Con La terra dei figli pensavo di essere guarito dall’autobiografia. Io lì non ci sono, non c’è più la trappola del solo me stesso come argomento di racconto. Poi è morta mia madre. E l’unico modo che conoscevo per venire a capo del dolore era metterlo in forma di storia”.

Gipi: “Domani compio 59 anni, non posso più usare me stesso come personaggio”

Ho scritto tante storie autobiografiche – dice Gipi – ma secondo me dopo una certa età è bene smettere, diventa quasi patetico. Se hai dei tormenti, tienteli per te. Cerco di coltivare un altro tipo di racconto adesso. Non è che con Barbarone rispondo alle autobiografie poco efficaci degli altri. Rispondo sempre al mio lavoro. Ho molta vergogna di aver fatto un fumetto sulla morte di mia madre, per esempio (Momenti straordinari con applausi finti, ndr.). Non guardo di buon occhio le mie opere passate, quando annoiavo il pubblico con le mie questioni. Cerco di farlo ancora, a dire il vero, ma più di nascosto”.

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Gipi presenta il suo nuovo fumetto in Arena

È il momento di Gianni Pacinotti, in arte Gipi, che con Francesco Artibani presenta il suo nuovo graphic novel, Barbarone (Rulez), primo di tre albi, tra avventura spaziale e folle commedia di scimmie erotomani e bizzarri protagonisti. “Al momento è il fumetto che ho più a cuore” dice Gipi.

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Kan: “È un Paese pieno di gente che ha bisogno. Come può non vederlo la sinistra?”

Da dove può ripartire la sinistra? Kan: “Come si fa a chiederselo quando scendi per strada e c’è gente che non sa dove dormire, come arrivare alla fine del mese, dove trovare i soldi per comprare i libri di scuola ai figli. È un Paese pieno di bisogni. Mi fa ridere che me accorga io che non faccio politica. È allucinante e assurdo per la sinistra chiederselo. Da dove ripartire se non dalle persone che hanno bisogni inascoltati? Se te lo devi chiedere non sei molto di sinistra”.

Aprea su Boris 4: “Lavoro straordinario, intriso del contributo di Mattia Torre, anche se lui non c’è più”

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Kan: “Non chiamatemi attivista”

“Gli attivisti sono in galera o sono morti. Io sto qui in Fiera a parlare seduta con voi – dice Kan – Ancora in galera non ci sono finita. Non mi sento di poter avere questo grande onore di farmi chiamare attivista”.

Kan: “Morirò meno razzista, ma il razzismo non svanisce se leggi un libro”

“Se sono cresciuta in una società razzista, non posso credere che è il mio razzismo finisca perché ho letto un libro. È un processo che durerà tutta la mia vita. Anch’io sono razzista, ma morirò meno razzista, però non sarò mai libera da questo lavoro. Il chiamarsi paladini della giustizia perché hai letto tre saggi mi fa innervosire. Un sacco di persone credono di avere idee, e invece sono solo scudi per proteggersi da chi potrebbe dirti: forse non sei così poco razzista come pensi”.

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Kan: “Basta santificare le vittime per lavarci la coscienza”

“C’è sempre un dualismo nell’uomo – dice la scrittrice Djarah Kan – Quando santifichiamo le vittime non riconosciamo che ognuno è un soggetto complesso in una società che non è nettamente divisa in buoni e cattivi. Non puoi elevare una vittima a simbolo. Abbiamo bisogno di guardare la realtà in maniera più diretta, senza che questa venga filtrata e quindi distorta. Non vorrei entrare nel merito della questione dell’onorevole Soumahoro. È che i banchi costruiscono dei simboli ad hoc che servono come piccole lavatrici di coscienza. La storia è disseminata di leader neri morti ammazzati. Prendo il personaggio di turno, lo riempio di tutta una serie di aspettative, gli scarico tutta la mia responsabilità che ho come soggetto politico, e gli dico: sì, fammi vedere tu chi viene sfruttato. Come se non lo sapessimo già. Quando il simbolo però diventa umano, dimostra di non essere santo, lo espelliamo”.

 

“Sintesi e controtendenza”, le visioni del fumetto di Manuele Fior e Zuzu

Più libri più liberi, ‘Sintesi e controtendenza’: le visioni del fumetto di Manuele Fior e Zuzu


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Kan: “Il razzismo di sinistra mi preoccupa più di quello dei fascisti”

“Il razzismo è questo continuo nascondere che c’è una violenza strutturale, rivolta a determinate persone, pur non essendo una violenza chiara – spiega Kan – Non mi preoccupa la violenza fisica, preferisco farmi prendere a calci da un fascista che mi schifa, rispetto a uno di sinistra che mi dice, penso siate voi neri tutti di buon cuore, e che poi mi fa un altro tipo di violenza”.

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Con Djarah Kan per immaginare una nuova sinistra

La scrittrice italo-ghanese Djarah Kan (Ladri di denti per People e firma de L’Espresso) ospite dell’Arena per discutere delle nuovi voci che chiedono una rivoluzione della sinistra. Modera Sara Scarafia.

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Celestini: “Noi dobbiamo tenere aperti i teatri e farli lavorare, non devono chiudere mai”

Celestini: “In Italia abbiamo migliaia di teatri, un dispositivo incredibile e funzionante, per cui in maniera automatica dovresti dire, i teatri ci sono, gli artisti li troviamo, facciamoli girare. Basterebbe questo per far funzionare il teatro in Italia. Le residenze non bastano, o fare le repliche in un solo posto quando poi quello spettacolo muore, non circola. O anche quando ti dicono, ti finanzio, ma solo se quello spettacolo resta in Regione: e il Paese? È proprio un limite culturale. Noi dobbiamo tenere aperti i teatri e farli lavorare, non devono chiudere mai… A volte ci sono i fondi per ristrutturare i teatri, ma non per pagare chi ci lavora”.

Aggiunge Rezza: “Le compagnie non girano più, perché i teatri, per le leggi dei governi passati, guadagnano di più se producono i propri spettacoli che non ospitando attori che potrebbero riempirglieli. Mi dispiacerebbe se questo nuovo governo dovesse arrivare a queste conclusioni (il taglio dei fondi pubblici, ndr.) e io rischiassi di trovarmi d’accordo”.

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Celestini: “Pasolini non amava la fotografia, e noi abbiamo riempito il suo anniversario di mostre fotografiche”

“Pasolini non faceva fotografie e anzi diceva, non mi faccio commuovere dalla fotografia –  ricorda Celestini – Noi invece abbiamo riempito il Paese di mostre fotografiche su di lui. Significa che ci interessa di più come noi vediamo lui che non quel che pensava”.

Celestini e Rezza: “Il politicamente corretto? Mai avuto censure a teatro”

Celestini sul politicamente corretto: “Quando ho fatto uno spettacolo in cui il protagonista diceva che il terrorismo anarchico era un risorgimento, un critico scrisse, ‘Ascanio Celestini fa l’apologia della lotta armata’. Io risposi: e quando muore Amleto cosa scrive? Nel momento in cui si viene a teatro, nessuno si può porre il problema di star facendo del male, altrimenti è un altro gioco. Censure non le ho mai avute a teatro: siamo sempre tra di noi, non ci vengono i fascisti, i politici”. E prosegue Rezza: “Io il politicamente corretto lo leggo nei giornali. Non esiste proprio come problema nel mio lavoro. Rispetto chi viene a vedere gli spettacoli, però fare il pubblico non è una professione, non è l’esercito, ci deve essere un antagonismo”.

Come nasce “Il Cristo in gola” di Antonio Rezza

“Volevo fare un omaggio a Pasolini già nel 2004, non c’era nessun centenario. Quando sono andato a interpretare le frasi che mi ero scritto sono stato incapace, ho iniziato a strillare come produttore. E così nasce Il Cristo in gola… – scherza Rezza – Ma non è un film religioso, è sul dolore, il corpo sofferente”.

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Rezza e Mastrella: “Immagine è forma di dialogo”

“Per noi l’immagine è una forma dialogo importantissima oggi – dice Flavia Mastrella che da sempre lavoralla fianco di Antonio Rezza – Partiamo dalla realtà e la filtriamo”. Al Torino Film Festival Rezza ha presentato Il Cristo in gola.
 

Celestini: “Il teatro politico di Pasolini”

Pasolini come artista crea un rito culturale prendendosi tutta la responsabilità di quello che fa – dice Ascanio Celestini che sta portando in teatro Museo Pasolini – E poi parla sempre con la lingua di qualcun altro: per dirla in termini contemparanei è contro l’identità, che è la cintura di castità della cultura”.

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Il teatro con Ascanio Celestini in Arena Robinson

Con Ascanio Celestini, Antonio Rezza e Flavia Mastrella per discutere di forme diverse di teatro. Modera Anna Bandettini.

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Aprea: “Chissà se anche all’estero possono ridere di Boris”

Aprea: “Boris prende in giro i set televisivi delle brutte fiction e soap opera. E poi estende tutto alla troupe. Negli anni una quantità enorme di persone ci ha detto: è proprio così”. E sul destino internazionale della serie, ora che è su Disney Plus: “Boris focalizza e fotografa una realtà molto italiana, per fare una metacitazione, anche a livello di lingua parlata, che per certi versi è intraducibile. Ma come noi ridiamo per una serie turca, chissà, anche loro per la nostra”.

De Ruggieri: “Boris non si ispira a niente: è questa la sua forza”

De Ruggieri: “Una delle armi vincenti di Boris è che gli autori non hanno mai l’approccio di ispirarsi a qualcosa, citare, dire, questa cosa è figa, facciamo la serie come la fa quell’americano lì. Loro sono totalmente avulsi da questo citazionismo. Hanno una libertà di osservare la realtà che fa la differenza. Io vengo da una generazione che è stata distrutta dal volersi ispirare a Lynch o Tarantino. No! Fai te stesso”.

Valerio Aprea: “Il mio personaggio, un omaggio a Mattia Torre”

Mattia Torre, uno degli sceneggiatori, è venuto a mancare prima della nuova stagione, nel 2019. Valerio Aprea, nel cast originario uno dei tre sceneggiatori, non appare, in senso lato, nella quarta stagione. Racconta: “È stato un omaggio proprio a Torre, l’idea di rendermi un fantasma”. E aggiunge: “Il mio essere fantasma permea il terzetto. Nella quarta stagione gli sceneggiatori tornano molto funzionali alla trama. E siamo ancora portatori di queste fannullaggini verbali. Tutto Boris 4 è costellato di una quantità ineguagliabile di idee straordinarie, trovate, comicità di un altro pianeta, sicuramente in Italia ma anche in termini internazionali. Non a caso Disney ha detto: venite qua, vi metto accanto a Guerre Stellari. Quando un prodotto è di questo livello siamo in presenza di una scrittura fuori dal comune”.

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Con Valerio Aprea e Carlo De Ruggieri per parlare di “Boris 4”

Un’ora con il cast di Boris, dopo l’uscita dell’attesa quarta stagione: con noi Valerio Aprea e Carlo De Ruggieri, che ricorda, “quando facevo lo stagista, mi additavano per strada”. Modera Anna Bandettini.

Da sinistra, Carlo De Ruggieri, Anna Bandettini, Valerio Aprea

Da sinistra, Carlo De Ruggieri, Anna Bandettini, Valerio Aprea 

Zuzu: “Se devo disegnare un personaggio parto dal naso”

Zuzu: “Prima di disegnarli, guardavo tanto i nasi. A un certo punto un mio familiare mi ha fatto scoprire che il mio  non era quello che io pensavo fosse. È diventata un’ossessione. Il naso è una delle cose più vicine all’altro. Se devo costruire un personaggio parto da lì”. Claudia, la protagonista di Giorni Felici, ha un naso fuori misura, la sua cifra. “Racconta chi è, la sua natura un po’ felina”.

Fior: “Le mie città nascono dal ricordo”

Fior: “Da bambino ho girato tanto con mio papà che era pilota della aeronautica. Sono abituato a questa percezione: andare via da un posto e poi cercare di ricordarlo per non perderlo. Ho idealizzato posti e luoghi. Cervia, dove sono nato, è una specie di Brasile per me, dove tutto è molto grande”. Il suo ultimo lavoro Hypericon è ambientato nella Berlino degli annio Novanta. “Nessuna città è quella reale, sono le immagini che mi porto dietro dei tanti posti in cui ho vissuto”.

Zuzu: “Io vedo a fumetti”

Zuzu: “Io vedo a fumetti. Ma più mi addentro più capisco quanto è difficile questo mondo. Quello che per me conta è la scansione del tempo: il tempo delle storie”.

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Fior: “Che bello il tempo lento dei fumetti”

Fior: “Il fumetto è una cosa lenta, ci vuole tempo. Va in controtendenza con i tempi che viviamo. Per me è bellissimo creare un prodotto che costi poco, che sia distribuito in tante copie, che i lettori possano leggere e amare oppure no”.

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In Arena con Manuele Fior e Zuzu

Con Manuele Fior, di cui è da poco uscito il nuovo graphic novel Hypericon, e la giovane Giulia Spagnulo, in arte Zuzu (Cheese e Giorni felici) per raccontare il legame tra generazioni diverse dei fumettisti. Modera Gabriele Di Donfrancesco.

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Pilar del Rio: “L’amicizia con Bertolucci, Magris e Tabucchi”

Pilar del Rio: “La biblioteca di Saramago è aperta al pubblico e visitabile a Lanzarote, nelle Canaria. La prima cosa che si vede è un’edizione in tre volumi alla Divina commedia. Saramago era un gran lettore, ma quelli che più amava erano già scomparsi e non li ha mai conosciuti. Aveva una straordinaria amicizia con Bernardo Bertolucci però. E il primo a presentarlo in Italia fu Antonio Tabucchi. E l’italiano sarà la prima lingua straniera in cui verrà tradotto un suo romanzo. Ma aveva grande stima di Claudio Magris e il Viaje a Portugal di Saramago viene sempre riedito con la prefazione di Magris”.

Pilar del Rio Saramago: “La deriva populista di Berlusconi era inaccettabile per José”

Più libri più liberi, la politica per Saramago, Pilar del Rio: “La deriva populista avuta con Berlusconi per lui era inaccettabile”


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Pialr Del Rio racconta il rapporto di Saramago con l’Italia

Il rapporto di Saramago con l’Italia. Pilar del Río: “Saramago a Roma vive il distaccamento della retina. E accade qualcosa di doppiamente italiano: rimanere con un’ultima immagine di bellezza proprio di Roma. La seconda cosa molto romana: coincide con uno sciopero della sanità. Gli raccomandarono di andare a Lisbona per farsi curare. Non perde però la vista e poté finir di scrivere Il Vangelo secondo Gesù Cristo. Il suo primo viaggio all’estero fu proprio in Italia, durante la dittatura salazarista. Ne nascerà il Manuale di pittura e calligrafia, un romanzo che neanche gli italiani avrebbero potuto scrivere, perché è il libro di un portoghese che arriva da una dittatura totalitaria e ha un forte valore politico, e non solo estetico”.

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Con Pilar del Rio Saramago, ricordando il grande scrittore

Paolo Di Paolo introduce Pilar del Río Gonçalves, moglie di José Saramago, curatrice dell’opera del grande scrittore scomparso nel 2010.

 

Giraud: “Ecco perchè Mignottone pazzo e Tiziano possono convivere”

Più libri più liberi, Michela Giraud e il podcast sulla storia dell’arte: “Ecco perché Mignottone pazzo e Tiziano possono convivere”


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Giraud: “L’allegria per divulgare l’arte”

Giraud: “È un podcast che vuole divulgare con allegria. Io sono l’allegria e Maria Onori è la divulgazione. Perché a volte i musei pongono una distanza tra spettatore e artisti che però gli artisti non avrebbero mai voluto… E poi la vita unisce l’alto e il basso. Le separazioni sono un po’ vecchia scuola. Bisogna considerare l’esistenza nella sua totalità”.

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Con Michela Giraud per parlare del loro podcast sull’arte

Con la stand-up comedian Michela Giraud e la storica Maria Onori per presentare il loro podcast Gioconde (Spotify), dedicato alla storia dell’arte. Modera l’incontro Sara Scarafia. “C’era bisogno? Nessuno l’aveva chiesto ma noi lo facciamo lo stesso” intonano cantando le due autrici.

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Gifuni: “Non tagliamo i fili della memoria”

Più libri più liberi, il dibattito sugli anni ’70, Gifuni: “Se tagliamo i fili della memoria il presente diventa un incubo distopico”


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Gotor: “La storia degli anni Settanta va studiata senza teorizzare l’esistenza di due satelliti distanti, uno del bene, del progresso, e uno del male, della violenza”

Gotor: “È stato furbo La Russa a concentrarsi nel suo discorso per la presidenza del Senato su Fausto e Iaio, a scegliere questa storia tra le più enigmatiche degli anni Settanta, e quindi deresponsabilizzante. Una delle piste possibili è che la sua morte sia legata alla droga. Era il ’78. E c’è questo fatto emblematico che le BR, in un loro comunicato, denunciarono la morte dei due ragazzi. Ma la storia degli anni Settanta va studiata senza teorizzare l’esistenza di due satelliti distanti, uno del bene, del progresso, e uno del male, della violenza. Tendiamo a rimuovere l’opacità, ma chi studia la storia, questo sporco mestiere, si pone di continuo l’obiettivo di dare luce a un passato in cui c’è la prevalenza dell’opacità”.

Gotor: “Oggi chiamiamo ‘riforme’ manovre che impallidiscono di fronte alle riforme degli anni Settanta”

“Con gli anni Settanta finisce un ciclo espansivo-costituzionale dell’Italia democratica, che era ancora un’Italia giovane – dice Gotor – Era fresca. Ma questa espansione era insostenibile, e gli anni Settanta sono la sua crisi. Dagli anni Ottanta le riforme sono altro, tendono a regolare, restringere le libertà. Che noi le chiamiamo ancora ‘riforme’ è indicativo del cambio culturale”.

Roghi: “La questione eroina è stata centrale nella stampa anni Settanta”

Roghi: “All’inizio degli anni Settanta sull’eroina c’era un grande impegno della stampa di destra di darle un identikit politico rosso. Ma pure la stampa di sinistra bollerà alcune droghe come dei padroni. Verso fine decennio, però, i giornali promuovono una stagione progessista di studio della questione delle droghe, che negli Ottanta è già finita. Per un periodo i genitori diventano la spinta di una trasformazione. Poi torneranno figure atomizzate che chiedono aiuto”.

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Gotor: “Come mai il decennio di modernizzazione del Paese ha convissuto con l’espolosione della violenza?”

Gotor: “La faccia violenta dei Settanta, gli anni di Piombo, oggi sono considerati la parte preponderante di quel periodo. Come mai però il più grande decennio di modernizzazione civile e europeizzazione del nostro Paese, di riforme non soltanto teorizzate e messe in pratica; come mai il decennio probabilmente più importante della storia d’Italia ha convissuto con la più esplosione di violenza?”.

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Gifuni: “Dei miei anni Settanta mi ricordo il clima teso”

Gifuni: “Io gli anni Settanta me li ricordo bene, perché ho un fratello più grande di cinque anni, che all’epoca era al liceo, al Dante di Roma, al tempo delle occupazioni, e mi aggrappavo molto alla sua storia. Ricordo che i personaggi di Ecce Bombo me li sono ritrovati nei racconti di mio fratello. E poi c’è stata la necessità di rimettere a fuoco quegli anni così caldi, che ci sono rimasti da ragazzini. Ricordo il clima dei primi colpi sparati, di militarizzazione: anche andare al cinema il pomeriggio, spostarsi da un quartiere all’altro: era un altro mondo. Tutto questo però è memoria storica. È parte di un tassello che se non si recupera, rende incomprensibile il presente. Se si obbedisce ai dettami di chi ti chiede di dimenticare, che tutto questo è roba nuova, questo tempo diventa una distopia: non capiamo come ci siamo finiti. Bisogna riannodare i fili”.

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Gotor: “Il mio primo ricordo civile è la a morte di Giovanni Paolo I ’78”.

Gotor: “Il mio primo ricordo civile, io che nei Settanta ero piccolino, risale in maniera nitida alla morte di Giovanni Paolo I, nel settembre del ’78”.

Ad Arena Robinson Gifuni, Roghi e Gotor raccontano gli anni Settanta

Primo appuntamento ad Arena Robinson: un focus sugli anni Settanta, un’indagine che intreccia la storia politica e sociale dei dieci anni che hanno cambiato l’Italia, con l’attore Fabrizio Gifuni, che ha interpretato Aldo Moro, Miguel Gotor, autore di Generazione Settanta, e Vanessa Roghi che ha appena pubblicato il saggio Eroina recensito sull’ultimo numero di Robinson in edicola.

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Zerocalcare-Bevilacqua: il primo incontro, i firmacopie, il cinema

Più libri più libri, i mondi di Zerocalcare e Giacomo Bevilacqua: il primo incontro, i firmacopie e il cinema


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