“Le tracce fantasma” di Nicola H. Cosentino, un intreccio di pensieri, musica e sentimenti

Valerio Scordìa – trentotto anni, ex chitarrista – vive della sua passione: ascolta canzoni e scrive cosa ne pensa.

Impulsivo e sarcastico, spera di sfibrare la propria perenne frustrazione schizzando da una strada all’altra di Milano, tra negozi di dischi, club e appartamenti di cantanti-dive, tra incontri a volte rivelatori, più spesso disastrosi. Finché l’inaspettato turbamento per la notizia che Anna, vecchio amore, ha avuto una figlia si somma all’invidia per il successo del suo ex migliore amico, cantautore in vertiginosa ascesa.

Come reagire? Semplice: ascoltando più dischi, vuotando più bottiglie e scoprendo che, almeno per lui, mischiare musica e alcol funziona da macchina del tempo, riportandolo letteralmente nel passato. Non nel suo, però, bensì in quello di Anna, la donna che dovrebbe dimenticare.

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È da queste premesse che si sviluppa Le tracce fantasma (minimum fax), il romanzo con cui torna in libreria lo scrittore e critico letterario classe 1991 Nicola H. Cosentino – collaboratore dell’inserto La Lettura del Corriere della Sera e già vincitore del Premio Brancati Giovani 2018 con il romanzo Vita e morte delle aragoste (Voland, 2017).

La sua è una storia sull’illusione che la bellezza sia la legge che governa ogni cosa, sul confondere arte e vita reale, e dovere a questo equivoco tutta la propria tristezza, ma anche tutta la propria felicità; in cui la malinconia per i possibili che non sono stati convive con la vulnerabile certezza che gli errori, le relazioni naufragate e i sogni infranti sono in realtà i semi invisibili a cui affidare il futuro, che e talvolta le impronte lasciate dagli altri nella nostra vita riaffiorano all’improvviso, come canzoni segrete in coda a un disco che credevamo di conoscere a memoria.

Per gentile concessione della casa editrice, su ilLibraio.it pubblichiamo un estratto dal libro:

Ora, Valerio non amava gli animali. Questione di inesperienza. Durante l’infanzia, se si esclude la comparsa sporadica di cani di piccola taglia e gatti schivi e inafferrabili come spiriti, non aveva mai familiarizzato con corpi, peli e arti che non fossero umani. Provava ribrezzo per i volatili, tutti i tipi di rettili e di anfibi e qualsiasi bestia bassa e larga e con le zampe tozze che, per l’andatura oscillante, potesse ricordare un coccodrillo sulla terraferma. Degli altri, più misteriosi (ricci, tassi, canidi o felini da bosco e da foresta), non sapeva che pensare, perché non gli era mai capitato di vederne. Tollerava giusto i pesci, gli insetti e gli animali da fattoria. Persino i topi, furbi e bravissimi ad arrangiarsi perché da sempre emarginati, potevano fargli tenerezza.

Ma un pipistrello? Che roba era, un pipistrello?

Innanzitutto, una minaccia acustica: cacciarne uno significava seguire una pista di sibili, fruscii e svolazzi – una cosa abbastanza agghiacciante. E poi, a parte le ali e gli occhietti rossi e il naso porcino, che fattezze aveva, di preciso? Come si difendeva? La storia che si aggrappava ai capelli con le zampe – zampe di che tipo, poi, da roditore o da gallina? – era vera?

Quando Mirella gli aveva raccontato di essersi svegliata per bere e, accesa la luce della sala, di essere quasi svenuta alla vista dell’animale che volava via dal bastone delle tende per appendersi al lampadario della cucina, «Come se avessi sorpreso un ladro, ragazzi, uno spavento identico», Valerio si era chiesto se, al posto suo, non avrebbe reagito allo stesso modo, cioè chiudendo tutto senza pensarci e uscendo a cercare riparo, o aiuto. Poi aveva sentito Alfredo, accanto a lui, pronunciare cinque parole che non lasciavano scampo – «Vuoi che lo cacciamo noi?» – e lei rispondere con un mugugno di assenso, quindi aveva accettato la missione senza fiatare.

Due fasi. La prima, esplorativa: scendere al terzo piano con Alfredo, immediatamente; individuare il nemico; recuperare biancheria, vestiti, spazzolino, scarpe, borsa, portafoglio, telefono e insomma tutto il necessario perché Mirella potesse uscire, al mattino, nelle condizioni abituali; non indugiare sul cassetto delle sue mutande; non farsi prendere dalla nostalgia davanti al letto sfatto e ancora caldo; non strafare cercando di portarle cose impossibili da riconoscere: al correttore per le occhiaie preferire gli occhiali da sole; sopravvivere; rientrare.

La fase due, la caccia vera e propria, sarebbe avvenuta in seguito, con calma, nella tarda mattinata, mentre lei era al lavoro, e avrebbe richiesto un gran sangue freddo; e, se necessario, un’uccisione. Mirella era stata chiara: «Voglio la prova che sia andato via, voglio un video di voi che lo cacciate, oppure una foto del corpo».

Uno si addormenta Dracula e si sveglia Van Helsing: la vita, quando si tratta di fare sempre peggio, può essere sorprendente.

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Il piano, nella sua parte iniziale, con Alfredo armato di ombrello («Perché non una scopa?», «Perché l’ombrello, se serve, zaaac, lo apri e diventa uno scudo»), filò liscio. Valerio infilò la roba in un sacco per la spazzatura e si assicurò di richiudere tutte le porte perché il pipistrello, placidamente aggrappato al lampadario, non decidesse di cambiare postazione. Poi, come ultima cosa, animato da una strana euforia, pensò a quanto sarebbe stato romantico e puntuale e in linea con questa seconda chance architettata dal destino se adesso avesse preso il mazzo di chiavi di riserva.

La scusa, d’altronde, era bell’e pronta: bastava avvisare Mirella prima che uscisse, o lasciare un bigliettino sullo specchio del bagno: Ciao. Ho preso le chiavi di scorta, così più tardi posso tornare giù senza privarti delle tue (che trovi all’ingresso). Baci, V.

Frugò dove sapeva di dover frugare, emozionato per l’iniziativa e per il tipo di occasione che l’aveva suggerita – farlo, finalmente, dopo una frattura che sembrava insanabile, e grazie a una circostanza di puro eroismo, un premio! – ma non lo trovò.

Cercò ancora: due, tre volte nel cassetto, facendo luce con la torcia del cellulare, poi in uno svuotatasche lì vicino, e dopo ancora in altri cassetti attigui. Niente. Sembrava il compiersi di un castigo magico, la dimostrazione figurata di un’occasione persa: vecchi oggetti inutilizzati che, se non decidi di prenderli al momento giusto, spariscono – letteralmente.

Valerio guardò Alfredo, che con l’ombrello puntava l’animale a mo’ di cecchino, poi la casa in penombra: quel divano su cui non sedeva da giorni, il tavolo di plastica su cui aveva fatto colazione centinaia di volte, ora vegliato da una bestia piccola e innocua e neanche troppo brutta, eppure (perché, in effetti?) terrificante.

«Valerio, hai fatto? Andiamo?», chiese Alfredo.

«Sì, sì. Mi era venuta in mente un’altra cosa».

«L’ha chiesta lei?»

Valerio esitò. Poi disse: «No. Non l’ha chiesta lei».

«Allora rientriamo, dai. Vuol dire che non le serve».

Avanzarono verso la porta coprendosi le spalle l’un l’altro. Poi uscirono e, cercando di non fare troppo rumore con la serratura, tornarono a casa.

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Le sei meno venti, luci accese e subito spente. Mirella di là, in camera da letto, e ad Alfredo spettava il Chesterfield. Valerio prese un cuscino decorativo e si stese alla meno peggio sul tappeto, ai piedi del divano.

Per qualche minuto ripassò tutte le tecniche sonnifere che conosceva. La più efficace, per lui, era sempre stata questa: pensare a un colore solo, scuro, e rilassare i muscoli all’improvviso, immaginando di essere burro che si scioglie sul materasso e si fonde alle lenzuola. Ma funzionava meglio su un vero letto. Un’altra, più suggestiva, consisteva nel traslare «The First Time Ever I Saw Your Face» dalla voce e dalla chitarra di Johnny Cash ad altre esecuzioni immaginarie: Leonard Cohen, Prince, Franco Battiato, Ivano Fossati, Billie Eilish…

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The first time ever I saw your face
I thought the sun rose in your eyes
And the moon and the stars were the gifts you gave
To the dark and the endless skies, my love

«Valerio?»

The first time ever I kissed your mouth
I felt the earth move in my hand
Like the trembling hear–

«Oh, Valerio».

«Eh».

«Dormi?»

«No».

«Ti posso fare una domanda?»

«Sì, se abbassi la voce. Pure una e mezza».

Attrito di pelle contro pellame, stridore, cambio di posizione di Alfredo sul Chesterfield.

«Stavate insieme, tu e Mirella?»

Stupore.

«Più o meno. Perché? Cioè, come l’hai…?»

«Quando ti ha fatto l’elenco delle cose da prendere non ti ha detto dov’erano».

«Che vuol dire?»

Alfredo si prese qualche secondo di riflessione, accompagnato da un lungo Mmm. Poi spiegò: «Che se uno ti dice: “Oh, prendimi la caffettiera” sai che la trovi in cucina. Ma lei ti ha chiesto di recuperarle cose più difficili, tipo vestiti specifici, biancheria, il power bank del cellulare, cose così, senza dirti: “Li trovi lì, apri quel cassetto, entra in quella stanza”… Quindi boh, non lo so, ho pensato che se vai così spedito, sul sicuro, nella camera da letto di qualcuno, se sai dove tiene le mutande, magari ci sei stato insieme».

Era una giusta osservazione. E da un lato, Valerio avrebbe voluto approfittarne per sfogarsi un po’ – dire, ad esempio, che la sua amicizia con Mirella gli appariva come una vera relazione soltanto adesso che non era più niente, né un’amicizia né una vera relazione né, a ben vedere, un normale rapporto di buon vicinato. Dall’altro, però, sapeva che cominciare a elucubrare sul sé fantasma che infestava l’appartamento di Mirella – dov’erano le chiavi? – avrebbe spazzato via ogni residua possibilità di addormentarsi. Prima che decidesse cosa fare, se dire: «Be’, buonanotte» o deviare il discorso su altro, magari su Rita e la mamma, persino su X-Factor, Alfredo lo anticipò.

«Tu avevi un’altra fidanzata, prima. No? Quando io ero piccolo».

«Sì. Mille anni fa», rispose Valerio.

«Me la ricordo. Era bionda».

«Sì».

«Una volta siamo venuti a trovarti a Roma e mi ha regalato il dvddi di Iron Man».

«Non lo so. Può darsi».

«Com’è che si chiamava?»

«Anna».

«Ah, sì. E poi? Cos’è successo?»

«Niente. Si chiama ancora così, Anna».

Ma non faccia tanto lo spiritoso, Scordìa. Lei è come un pipistrello. A dispetto delle sue intenzioni, della sua innocuità, delle sue ambizioni da volatile ammirato e persino della sua discrezione, sarà sempre circondato da un’aura di antipatia.

Alfredo sbuffò. Disse: «Dai, serio. Perché vi siete lasciati?»

«Per quello per cui si lasciano quasi tutti: crisi, stanchezza e poi tradimento».

«L’hai tradita?»

«Lei ha tradito me».

«Ah».

«Già».

«E con chi?»

Ma che domanda era?

«Con uno che mi somigliava, a quanto pare».

«Cioè?»

Valerio valutò se raccontarglielo davvero – i sospetti sorti col ritrovamento della giacca, le lamentele del vicino, il fatto che, in un certo senso, la colpa era imputabile proprio a lui, lui Alfredo –, ma, ancora una volta, pensò che fosse meglio tenere la mente sgombra per provare ad addormentarsi.

«Storia lunga», disse. «E noiosa, uguale a tante altre».

«E sei stato male?», chiese Alfredo.

«Abbastanza».

«E quando ti è passata?»

Mai?

«Mesi. Un anno. Non lo so, non ci penso così tanto».

E detto questo, Alfredo, fa’ come ogni giorno: mettiti le cuffie, scattati un selfie, rimugina sulla tua musica, impegnati da adolescente a trovare ridicolo e troppo cinico il mondo circostante; quello che ti pare. Ma chiudi gli occhi e fammi dormire. Smettila di tentarmi con le parole che domani non vorrai dirmi. Sii buono.

…Tua madre era come te, Alfre. Un serbatoio di lacrime e discorsi, Rita, e di gusti inespressi, e di considerazioni rabbiose celate da una scrollata di spalle. Poi, dopo giorni di «Ma sì, va tutto bene», le chiedevi di passarti il sale e lei te lo porgeva in forma di pianto, e all’improvviso sciorinava un elenco dei suoi amori naufragati o non corrisposti (a sedici anni), delle ragazze con cui era stata tradita (a diciotto), delle scampagnate agostane a cui non aveva partecipato, nella vita, per aiutare la mamma a fare la salsa di pomodori (ventitré), delle beghe pratiche generalmente gestite da papà e che, ora che era morto, doveva gestire lei, mentre tu te l’eri svignata a Roma (ventisei), dei dubbi sulla compatibilità col futuro marito, la notte prima delle nozze, sul solito balcone e con la solita sigaretta (ventinove), delle ragazze con cui era stata tradita (trentaquattro), e così via.

Deve essere una cosa di famiglia. Non siamo tempestivi. Io con i gesti, tu e tua madre con le parole. Ma non fa niente; tutte le cose vere, che contano, arrivano per ultime, vedi l’orgasmo, vedi «Rebel Rebel » alla fine del lato A di Diamond Dogs… No, il problema semmai è un altro: sarai risparmiato dai toni del melodramma o anche tu, la prossima volta che parlerai troppo tardi, sarà per lamentarti delle occasioni perse?

«Senti», disse Alfredo, «per caso, poi, i miei pezzi li hai sentiti?»

Cazzo.

«Eh, non tutti, no. Mi sto appuntando un po’ di cose da dirti».

«Ok. Grazie». La pelle del divano gracchiò per un nuovo cambio di posizione. «È che poi, quando avrai fatto, vorrei che ascoltassi quello che porto alle audizioni. È un po’… diverso».

«Con grande piacere», mentì Valerio.

Aveva forse dei tunnel sottomarini a collegare le sue rive, quell’inaspettato arcipelago di curiosità? Le piccole scordature di premura nella flemma imperturbabile di Alfredo sembravano anticipare domande più complesse, richieste più difficili, una confessione molto intima.

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I felt the Earth move in my hand
Like the trembling heart of a captive bird

Valerio pensò a Mirella. Immaginò in che posizione stesse dormendo.

Valutò di aspettare che Alfredo si addormentasse per raggiungere la sua stanza, aprire piano la porta e stendersi accanto a lei. Ci vollero anche troppi secondi, quasi un minuto, un tempo infestato da immagini di baci, «Scuse accettate» e biancheria sfilata, per rendersi conto che era un’idiozia.

«Valerio?»

«Sì?»

«Un’ultima cosa, poi dormiamo. Posso?»

«Sì».

«Ti dispiace se alla mamma dico che qua a Milano stai con qualcuno?»

Eh? «Eh?»

«Sì, cioè, se mi fa domande».

«Che tipo di domande?»

Alfredo fece un sospiro, poi disse: «Ad aprile, quando hai detto che non saresti tornato per Pasqua, che poi era pure il tuo compleanno, mamma si è intristita da morire. Si è fissata che eri depresso. Per tipo quattro ore siamo stati in gruppo su Skyscanner a cercare voli per venire qui da te, e farti una sorpresa. Poi però costava tutto un botto, e oltretutto la nonna non se la sentiva, di viaggiare in aereo, e quindi niente. Ma per tutto il giorno sono state a parlare di te, e del perché fossi così».

«Così come?»

«Che ne so, io. Così». Sbadiglio. «Ma magari, se pensano che non sei solo stanno più tranquille».

Silenzio. Ed eccolo, il primo filo di alba che trapelava dalla persiana. Proiettato su una delle svastiche. Una notte finita, sprecata.

«Sì, boh, dille quello che vuoi», rispose Valerio. «Ma dille anche che non ne voglio parlare. Ok?»

«Ok».

«Non sono tanto bravo a dire cazzate. Soprattutto a tua madre».

Silenzio.

«Proviamo a dormire, adesso?»

Alfredo disse: «Sì». Poi, il cellulare gli illuminò per un istante la faccia con un fascio azzurrino. Lui armeggiò con le cuffiette, attaccò il minijack e fece partire della brutta musica.

Valerio ebbe grosse difficoltà a sentire la propria, per quanto provenisse dalla sua testa e solo lì si propagasse, ma Johnny Cash aveva visto di peggio, e alla fine, come ogni notte in cui era stato evocato, riuscì a portare a termine il suo compito.

The first time ever I lay with you
I felt your heart so close to mine
And I knew our joy would fill the Earth
And last ’till the end of time, my love…

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L’indomani mattina, quando Valerio si svegliò, Mirella era già uscita. In sua vece, due sms. Col primo, ringraziava per l’ospitalità e gli chiedeva di informarla non appena avessero risolto il problema. Nel secondo si scusava per aver lasciato alcune cose in camera, e assicurava che sarebbe passata a prenderle in serata, insieme alle chiavi. Valerio risalì il papiro della chat per studiare i loro ultimi scambi: dopo la lite, nient’altro che informazioni di servizio su una riunione di condominio. E prima ancora, un tempo di pace intessuto di botta e risposta sempre uguali, da coabitanti castellani. «Sali?», «Scendi?», «Vengo su?», «Vengo giù?», «Basta che si venga», «Pizza da me?», «Birretta?», «Ci sei?», «Ci sono». Valerio si alzò da terra e andò in camera. Gli shorts e la canotta verde acqua con cui Mirella aveva dormito erano stati accuratamente piegati e posti sopra il letto, e le infradito occupavano come inscatolate un preciso trapezio di sole sotto la finestra aperta.

Valerio immaginò Mirella che obbediva alla sveglia, e si metteva dritta, e inforcava gli occhiali, e correva verso il bagno in punta di piedi, e faceva una doccia utilizzando il suo bagnoschiuma (Badedas noir, aroma patchouli e sandalo, in offerta al Pam a 0,99 euro) e il suo accappatoio, e poi, sapendo che nessuno l’avrebbe vista, usciva dal bagno completamente nuda per tornare in camera, due passi e mezzo da una porta all’altra, e indossava la biancheria che Valerio aveva scelto per lei (grigio antracite, senza cuciture: gli era parsa roba comoda) e i vestiti che aveva indicato e le scarpe da ginnastica, e infine ripiegava shorts e canottiera e dava uno sguardo alla casa e, con garbo, si chiudeva la porta alle spalle senza che sbattesse niente.

Che genere di rumori produceva, di solito, Mirella, a parte quello dei suoi passi, e del tintinnio del cucchiaino nella tazza, nonché naturalmente della propria voce?

Il respiro. Vabbè. I capelli che ricadevano, pesanti, sulle spalle, dopo che aveva sciolto l’elastico, o sfilato il fermaglio. Lo scrocchio della caviglia, quando, di tanto in tanto, dopo cena, seduta a gambe accavallate sul divano, faceva roteare il piede destro. I baci secchi, a labbra chiusissime, che gli dava sulle guance, e che emettevano lo stesso suono che si sente quando si strappa, dalla fetta, una mollica di pane.

A proposito, pensò Valerio. Andò in cucina per farsi un caffè, e nell’attesa racimolò pane in cassetta e prosciutto cotto e preparò un tramezzino. Ne mangiò metà, controllò le notizie (sbarchi, liti sugli sbarchi, opinioni sulle liti sugli sbarchi) e la casella email (al momento, nessuna risposta da Elisabetta Maffoni), poi bevve il caffè e andò a fare una doccia. Dopo, quando fu asciutto e parzialmente vestito, si fermò per qualche secondo in soggiorno a osservare Alfredo – la sagoma rozza e pelosa rannicchiata sul divano, la maglietta sfilata e usata come benda per proteggere gli occhi dalla luce – e decise di non svegliarlo. Indossò le scarpe e dei guanti di gomma che aveva comprato per lavare i piatti e che non usava mai, prese l’ombrello e le chiavi e scese a casa di Mirella.

Il pipistrello era lì, sul lampadario, dove lo avevano lasciato. Se in quelle ore si era spostato, se aveva svolazzato qua e là ignorando la finestra aperta e provando piuttosto ad appendersi su nuove aste o su qualche maniglia, non aveva lasciato tracce. Valerio prese il cellulare, fece partire la modalità di registrazione video e posizionò l’apparecchio in un punto della parete attrezzata da cui gli pareva si potesse vedere bene la finestra. Poi riconvertì l’ombrello da fucile di precisione a ramo qualunque e lo agitò vicino all’animale, che, pigramente, dopo molte più sollecitazioni del previsto, si mosse, ma nella direzione sbagliata, dritto sulla piattaforma d’atterraggio del frigorifero, dove si accomodò come una sposa che dispieghi l’abito prima di accovacciarsi su un prato per le foto dell’album, cioè stendendo le ali di poco (il giusto, per rivendicare anche da sorpreso l’appartenenza a una specie che sa bene come l’orrore passi anche dall’armonia). La strategia che Valerio dovette adottare per spostarlo da lì – avvicinarsi, occupare per primo gli spazi che lo avrebbero distratto dall’uscita, limitandone in questo modo le traiettorie di volo – condusse, infine, alla finestra, ma costringendo entrambi a una guerra di posizione lunga quasi quaranta minuti che gli aveva fatto riconsiderare, per esasperazione, qualsiasi certezza: si era perfino aperto alla possibilità di toccarlo, di prenderlo tra le mani e spingerlo al volo come avrebbe fatto con una farfalla.

Nicola H. Cosentino, (c) Serena Gallini

Nicola H. Cosentino, (c) Serena Gallini

Che differenza c’era, in fondo? Dopo quasi un’ora di educato, rispettosissimo duello, la bestia aveva esaurito gran parte della sua carica repulsiva. E Valerio, che pure si era cacato addosso ad ogni svolazzo, la rivedeva, adesso, nel video registrato sul cellulare, con una certa tenerezza: questa macchiolina inerme non faceva che spostarsi di volta in volta un po’ più avanti per scansare l’umano, il gigante bardato di guanti gialli e armato di ombrello, fino a percepire il richiamo dell’esterno e, finalmente, fuggire.

Valerio si prese qualche minuto per tagliare il lungo video e mandarne a Mirella solo una parte, il gran finale. Voleva anche farle sapere che aveva fatto tutto da solo, quindi corredò la clip di un messaggio: «Scusa l’inquadratura, ho poggiato il cellulare dove capitava». Poi premette invio e si mise nuovamente alla ricerca del mazzo di riserva. Possibile che Mirella gli avesse cambiato collocazione? Che, dopo anni, avesse preso quelle due chiavi legate a una medaglietta con su inciso I’m a nurse, what’s your superpower? per lasciare spazio a – cos’erano? – batterie stilo, un fermaglio glitterato, una lampadina e un fondale di graffette? O forse ricordava male, e il mazzo non era mai stato lì. È lì, quando vuoi prenderlo. Lì? Ok, ok. Il sé del passato, tanto per cambiare, aveva fregato il sé del futuro.

Quando tornò a casa, Alfredo dormiva ancora. Valerio si sfilò guanti e scarpe, posò l’ombrello e riparò in camera. Senza scostare la roba di Mirella, si stese sul letto e accese il pc. Controlli di routine sul portale della banca: saldo del conto corrente, comunicazioni urgenti sulla privacy e sul funzionamento della nuova firma digitale, tassi agevolati per. A giugno, pensò, non avrebbe avuto entrate.  Eccetto i piccoli movimenti dovuti alla sua parte d’affitto sui primi ingressi estivi in un appartamento di Cefalù, cointestato a lui e a sua sorella, la gravità della curva discendente sul grafico che rappresentava il suo conto si preannunciava rapidissima: una pista nera.

Il telefono vibrò. Un messaggio di Mirella.

Estratto dal libro di Nicola H. Cosentino intitolato Le tracce fantasma

 

Dirlo? Dirlo.

Un estratto dal libro di Nicola H. Cosentino intitolato Le tracce fantasma

Il numero di minuti trascorsi (effettivi: sette; percepiti: quaranta) a osservare Mirella che pensava a cosa rispondere, attraverso le scritte online e sta scrivendo..., fu quasi più eloquente del messaggio che seguì.

Estratto dal romanzo di Nicola H. Cosentino intitolato Le tracce fantasma

E Valerio chiuse la chat e posò il cellulare sul comodino. Il mazzo di riserva non lo aveva più, e il suo – l’unico! – non le serviva con urgenza.

Non pensare, non pensare, non pensare. Scollega il cervello dal perché, non metterti a elencare le possibili risposte né a fare l’appello delle occasioni perse, ancora. Concentrati su ciò che sai, su quello che hai intorno adesso, sulla forma delle cose. Concentrati su Alfredo. Sì, pensa ad Alfredo. Cosa gli dirai?

(continua in libreria…)

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L’APPUNTAMENTO – Nicola H. Cosentino presenterà Le tracce fantasma il 16 settembre alle ore 19 presso la Libreria Verso di Milano, insieme a Marco Amerighi.

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