Intelligenza artificiale, libri e creatività: quale futuro? (prima parte)

Che si tratti di comporre musica o dipingere quadri, l’intelligenza artificiale ha la capacità tecnica e creativa di fare arte. Harald Willenbrock, autore e cofondatore di alcune riviste specializzate, ha intervistato a proposito l’editore argentino Octavio Kulesz che spiega come questa competenza potrebbe portare a un’esplosione di creatività e, allo stesso tempo, a una maggiore concentrazione di mercato.

Harald Willenbrock. Octavio Kulesz, in quanto editore e imprenditore, cosa ha destato il suo interesse per l’intelligenza artificiale (IA)?

Studio l’evoluzione dell’IA dal 2016, lo stesso anno in cui AlphaGo, il programma di intelligenza artificiale di Google, ha sconfitto Lee Sedol, il 18 volte campione del mondo del gioco da tavolo cinese Go.

Harald Willenbrock. Lee Sedol è un uomo e AlphaGo un programma sviluppato dalla società DeepMind Technologies di Google. Il che significa che, per la prima volta, l’IA ha battuto il campione del mondo umano in questo antico gioco di strategia cinese.

Octavio Kulesz. Esattamente. Al di là della clamorosa vittoria (AlphaGo ha schiacciato il suo avversario umano 4 a 1) la mia attenzione è stata catturata da un commento che Fan Hui, un altro grande giocatore di Go, ha fatto su una delle mosse della macchina: «Non è una mossa umana. Non ho mai visto un uomo fare questa mossa. Così bella. Bellissima. Bellissima». Le sue parole mi hanno davvero colpito. All’epoca, stavo lavorando per l’UNESCO su diversi documenti che analizzavano l’impatto della tecnologia sull’eterogeneità delle espressioni culturali. Quando mi sono reso conto che le macchine potevano avere non solo un’enorme potenza di elaborazione, ma anche una cosiddetta creatività, ho iniziato a fare più ricerche su come i sistemi di deep learning possano rivoluzionare l’arte e la cultura in futuro.

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Cervello umano vs programma informatico. Nel marzo 2016 AlphaGo, il programma di intelligenza artificiale di Google, ha battuto Lee Sedol, giocatore professionista sudcoreano di Go (a destra); a sinistra: Aja Huang, capo programmatore di Google DeepMind.

Harald Willenbrock. Dove e come l’IA sta già plasmando la nostra cultura oggi?

Octavio Kulesz. Al momento l’impatto dell’IA sulla cultura è notevole e non farà che aumentare in futuro.
Attualmente gli algoritmi controllano i suggerimenti di libri, canzoni e film che riceviamo sui social network e altre piattaforme. Dobbiamo anche ammettere che l’IA sta avanzando rapidamente su altri anelli della catena culturale: non solo la distribuzione, come per gli algoritmi dei suggerimenti, ma anche la creazione e la produzione, dal momento che il deep learning è sempre più utilizzato per creare opere d’arte.

Harald Willenbrock. Voi editori elettronici di testi universitari, come e dove traete profitto dall’IA? Quali compiti stanno svolgendo, oggi, gli strumenti di IA per voi?

Octavio Kulesz. Al momento usiamo l’IA per suggerire pubblicazioni correlate e per estrarre automaticamente i metadati. Stiamo anche facendo progressi in altre aree, come la standardizzazione dei riferimenti bibliografici.

Harald Willenbrock. Se le macchine possono imparare a comporre musica e dipingere quadri, cosa significa per la creatività umana?

Octavio Kulesz. Le tecnologie rivoluzionarie spesso costringono gli artisti e i settori creativi a ridefinire i loro ruoli. Nel caso dell’IA, i sistemi di deep learning come le Generative Adversarial Networks (GAN) stanno aprendo la strada a una crescita esponenziale della capacità degli artisti di trovare ispirazione e creare nuove opere d’arte.

Dobbiamo costruire un nuovo rapporto con queste tecnologie. Le macchine non prenderanno il posto degli artisti, ma stanno chiedendo di riconsiderare il loro ruolo. Non è un caso che molti artisti IA non firmino il proprio nome su un’opera e usino invece uno pseudonimo che in qualche modo faccia riferimento sia a loro stessi che alla macchina, come se entrambi, persona e IA, avessero collaborato all’opera.

Harald Willenbrock. Quando ha parlato con il matematico Marcus de Sautoy alla Settimana dell’Intelligenza Artificiale dell’EUNIC, nel dicembre 2020, Marcus ha sostenuto che l’IA soddisfa tutti e tre i criteri per la creatività, in quanto produce cose che sono nuove, sorprendenti e di valore.
È d’accordo con questo giudizio? E se sì, allora l’IA ha raggiunto lo status di artista?

Octavio Kulesz. Sono d’accordo con Marcus nel dire che questi tre elementi sono fondamentali per definire la creatività. Tuttavia, penso che se ne dovrebbe aggiungere un quarto: l’intento di creare. Le macchine non hanno né intento né volontà, almeno non al momento; quindi, direi che non possono essere considerate dei veri artisti.

Harald Willenbrock. Quali vantaggi pensa che l’IA abbia per l’espressione culturale?

Octavio Kulesz. Credo che i sistemi di IA possano aiutarci a incrementare la nostra creatività in diversi modi. Il primo riguarda l’ispirazione: l’IA può permetterci di creare centinaia o migliaia di bozze in modo automatico, che poi possiamo selezionare, ricombinare ecc. Ciò è evidente nel caso di Obvious Art, il collettivo di artisti francesi che ha usato i GAN per ricreare quadri famosi, come Edmond de Belamy, venduto per 435.000 dollari americani nel 2018. Gli strumenti di IA ci permettono di diventare molto più efficienti e di eseguire in pochi secondi processi di produzione che in passato avrebbero richiesto settimane o mesi. Strumenti come Adobe Sensei e altri possono produrre video editing, eseguendo correzione del colore, stabilizzazione dell’immagine ed effetti visivi molto più velocemente di quanto possiamo fare noi. L’IA potrebbe anche abbassare le barriere d’ingresso per i nuovi arrivati nel settore creativo.

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Il ritratto di Edmond de Belamy del collettivo di artisti francesi Obvious Art è stato creato utilizzando l’intelligenza artificiale; è stato venduto per 435.000 dollari americani dalla casa d’aste Christie’s a New York nell’ottobre 2018.

Harald Willenbrock. Sembra sorprendente dal momento che le tecniche di IA non sono facilmente accessibili.

Octavio Kulesz. È vero che le tecniche di IA non sono facilmente accessibili agli artisti tradizionali come chitarristi, pittori, scultori e altri, ma l’IA potrebbe aiutare coloro che non hanno competenze in settori creativi specifici (musica, pittura, scultura) a diventare creatori.
Per esempio, un utente senza conoscenze di orchestrazione può comporre una sinfonia in pochi minuti usando sistemi come AIVA o Amper. È così che l’IA abbassa le barriere d’ingresso per molti utenti che non hanno una formazione artistica. Ciò significa che invece molti professionisti del settore creativo potrebbero affrontare delle difficoltà in futuro.

Harald Willenbrock. A quali professioni creative sta pensando?

Octavio Kulesz. Nella misura in cui l’IA permette di automatizzare i compiti, diverse attività oggi svolte da esseri umani saranno delegate, almeno in parte, alle macchine. Queste includono la traduzione, la correzione di bozze, il graphic design, la composizione musicale e lo sviluppo di immagini e video. Ciò non significa che l’automazione sostituirà completamente queste professioni creative, ma se le macchine riusciranno a svolgere una determinata percentuale di queste attività, coloro che padroneggiano le tecniche di IA vedranno aumentato il loro potenziale, mentre coloro che non sanno utilizzare quelle tecniche verranno colpiti duramente.

Harald Willenbrock. Quanto è grande il rischio che l’IA come strumento culturale porti a una concentrazione di mercato ancora più elevata per le grandi aziende tecnologiche?

Octavio Kulesz. Il grande pericolo dell’IA non risiede in una possibile ribellione delle macchine – che al momento non è altro che un popolare scenario di fantascienza – bensì nel fatto che le grandi aziende tecnologiche guadagnino troppo potere. La concentrazione economica è sempre dannosa, e nel settore culturale il rischio è che potremmo avere monopoli od oligopoli non solo nella distribuzione di beni e servizi culturali, ma anche nella loro creazione e produzione.

Harald Willenbrock. Questo potrebbe essere ancora più vero quando Google, Apple, Facebook e Amazon (GAFA) passeranno dall’essere distributori di beni culturali all’essere loro stessi produttori.

Octavio Kulesz. Esattamente. La struttura stessa delle grandi aziende tecnologiche, che operano come piattaforme il cui asset più prezioso sono i dati, gli permette di dominare la catena del valore: creazione, produzione e distribuzione. Non vediamo più la classica concentrazione orizzontale in cui alcune figure potenti comprano la concorrenza. I titani della tecnologia odierni formano mercati chiusi. Non dominano una fetta specifica; sono diventati il mercato in quanto tale. L’uso diffuso dell’IA non farà che promuovere questa tendenza.

Harald Willenbrock. Quando l’IA diventa un creatore di beni culturali – di opere visive, musicali o letterarie – chi detiene il copyright di queste opere? L’ingegnere informatico che ha programmato l’IA? La società tecnologica che possiede l’IA? Gli artisti umani dai quali la macchina ha imparato? Una combinazione di tutti e tre? O nessuno?

Octavio Kulesz. Questo è un punto chiave nel dibattito sull’IA e la creazione. Ho discusso la questione in dettaglio in una guida (https://www.francophonie.org/lintelligence-artificielle-dans-lart-et-les-industries-culturelles-et-creatives-1352) che ho scritto di recente insieme a Thierry Dutoit sull’IA nelle arti e nei settori creativi, pubblicata dall’Organizzazione Internazionale della Francofonia (OIF) e la Wallonie-Bruxelles International (WBI). La discussione è ancora in corso, ma la legislazione ha teso a definire il creatore effettivo come colui che ha usato l’IA per realizzare l’opera. Ciò che è chiaro è che la macchina di per sé non può essere considerata il creatore poiché manca di intento.

Harald Willenbrock. Se guardiamo all’IA nel suo ruolo di distributore di beni culturali personalizzati per i singoli consumatori secondo le loro specifiche preferenze, ciò non potrebbe portare a una perdita di narrazioni e discorsi comuni, un mondo in cui ciascun individuo consuma il proprio programma culturale?

Octavio Kulesz. Circa dieci anni fa, Eli Pariser coniò l’espressione “filter bubble” per riferirsi all’universo di informazioni che gli algoritmi creano per ognuno di noi. I social network tendono a produrre delle “echo cambers” (camere dell’eco) che rafforzano le nostre credenze e, in molti casi, finiscono per isolarci in sottogruppi. Dal momento che l’IA non viene usata solo per distribuire contenuti, ma potrebbe anche essere usata per crearli per andare incontro ai gusti di ciascun cliente, potremmo raggiungere una situazione di “bolla perfetta” in cui le espressioni culturali verrebbero generate in modo automatico e personalizzato, smettendo di veicolare significato, valori e narrazioni comuni. Adesso la domanda è se è possibile una società senza un’identità culturale condivisa.

Harald Willenbrock. Ovviamente, l’IA apre nuove possibilità e opzioni creative – strumenti, influenze e modalità espressive – riducendo, allo stesso tempo, la sfera creativa, per esempio attraverso un accesso limitato alla tecnologia, l’influenza delle società tecnologiche, la creazione di bolle sociali ecc. È forse un paradosso insolubile?

Octavio Kulesz. Se continuano le tendenze attuali, è molto probabile che ci ritroveremo di fronte a un’esplosione di contenuti creativi, così come a una maggiore concentrazione economica. È questo in realtà il problema ricorrente di ogni tecnologia. Dobbiamo prestare attenzione non solo alla ricchezza totale generata, ma guardare oltre, a come questa ricchezza è distribuita tra le diverse parti interessate. Spetterà a tutti noi – utenti, artisti, imprenditori, responsabili delle decisioni politiche e altri ancora – concordare uno scenario più equo, pluralistico ed eterogeneo.

Harald Willenbrock. Cosa vede, allora, in sostanza per adesso: L’IA è sinonimo di una più ampia diversità nelle espressioni culturali o di ulteriori limitazioni?

Octavio Kulesz. Le tecnologie non hanno in alcun modo una vita propria. La chiave è in quello che facciamo o non facciamo con esse. La situazione mi ricorda la storia dei due lupi: Un anziano Cherokee sta dando lezioni di vita a suo nipote. “C’è una lotta in corso dentro di me,” dice al ragazzo. “È una lotta terribile, tra due lupi. Uno è malvagio; rappresenta la rabbia, l’invidia, il dolore, il rimpianto, l’avidità, l’arroganza e l’ego.” Continua, “L’altro è buono; è gioia, pace, amore, speranza, serenità, gentilezza e compassione. La stessa lotta è in corso dentro di te, e anche dentro chiunque altro.” Il nipote ci pensa per un po’ e poi chiede al nonno: “Quale lupo vincerà?” L’anziano Cherokee risponde semplicemente: “Quello a cui dai da mangiare.” Stiamo affrontando lo stesso dilemma: a seconda delle decisioni che prenderemo nei prossimi anni, l’ecosistema culturale potrebbe diventare più vivace e pluralistico. Oppure potrebbe essere controllato da un gruppetto di aziende tecnologiche la cui visione delle arti è puramente utilitaria.

Harald Willenbrock. Se ci incontrassimo di nuovo tra cinque anni, in che modo la sua risposta alla mia seconda domanda – dove e come l’IA sta già plasmando la nostra cultura oggi – sarebbe diversa da quella che mi ha dato oggi?

Octavio Kulesz. È davvero difficile fare proiezioni perché generalmente ci approcciamo al futuro come a una continuazione di tendenze passate. I progressi dell’IA possono diventare esponenziali e rendere obsolete le nostre proiezioni più ardite. Ora che i sistemi di IA possono persino scrivere codici di programmazione, l’unica cosa che possiamo prevedere è che nei prossimi cinque anni assisteremo a balzi non solo quantitativi, ma anche qualitativi di dimensioni enormi. L’intensa digitalizzazione derivante dai lockdown e dalle quarantene non ha fatto altro che accelerare questi processi. Mi piace pensare che le diverse forze sociali e politiche prenderanno coscienza delle implicazioni di questi cambiamenti e agiranno per difendere i valori e i principi legati a democrazia, pluralismo, diversità, eguaglianza, non discriminazione, diritti delle minorità, conoscenza delle tradizioni, prospettiva dei popoli indigeni e rispetto della natura in un’epoca dominata dall’IA. Tuttavia, la trasformazione potrebbe avvenire così rapidamente che solo coloro con informazioni riservate potranno trarre vantaggio dalla situazione, rafforzando ulteriormente situazioni monopolistiche che diventerebbero allora irreversibili. L’UNESCO ha recentemente pubblicato una bozza globale di raccomandazione (https://en.unesco.org/artificial-intelligence/ethics) sull’etica dell’intelligenza artificiale che esplora tutte queste questioni urgenti.

Harald Willenbrock. Per finire, c’è un’opera d’arte, musica o letteratura valorizzata o creata dall’IA che ci può consigliare?

Octavio Kulesz. Di recente ho partecipato a un webinar sull’impatto dell’IA sulla diversità delle espressioni culturali organizzato da OIF, WBI e UNESCO. Tra i relatori c’era Benoît Carré, uno dei principali compositori di musica IA, che ha lanciato l’album American Folk Songs (https://skyggewithai.bandcamp.com/) nel 2019. Ha alimentato la macchina con le opere di Henry Purcell e altri compositori per creare nuovi arrangiamenti per canzoni popolari tradizionali. Il risultato è straordinario. La prima canzone dell’album – una versione della ballata Black is the Color – è davvero sublime.

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