Il bestiario di Proust di Andrea Giardina

Ripercorrere Proust seguendo le tracce degli animali disseminati nelle sue opere è a lungo stata considerata un’impresa inutile, perché, come sosteneva Cocteau, nei suoi libri “non c’è né un cane né un gatto”. Leggendo il Bestiario di Proust (Sellerio) scritto da Daria Galateria, che del grande scrittore francese è una delle più acute e originali studiose, ci si convince però facilmente del contrario. Come spesso si evidenzia nella letteratura del Novecento, la presenza degli animali nella Recherche e nelle “lettere, poesie, novelle, fogli persi, quaderni preparatori, romanzi” compulsati da Galateria è infatti non solo fitta ma anche decisiva, visto che tutti i grandi temi proustiani – “l’amore, le tenerezze e le crudeltà familiari, l’eros, il matricidio, la morte, il sadismo, la gelosia” – hanno bisogno “per spiegarsi” delle “bestie più disparate”.

È cosi che la Recherche può essere vista come “un’arca di Noè, in cui Proust ha messo in salvo, a centinaia, i suoi animali perduti”. Animali di specie diverse, che Proust conosce attraverso l’osservazione diretta e, soprattutto, attraverso le letture di Darwin, del naturalista Jean-Henri Fabre o dei libri che lo storico Jules Michelet dedica al mare e agli insetti. Insomma, non improvvisa Proust. Anche quando sbaglia – gli capita per esempio riferendosi alle vespe – lo fa sempre transitando attraverso la mediazione dello studio. E quando – spesso – tira in ballo gli animali, lo fa non per esclusivo esercizio di stile, ma per agganciare di sbieco argomenti che gli stanno particolarmente a cuore.

Si direbbe che per mezzo degli animali riesca a scendere più in profondità, ad andare oltre la sensazione del momento, a dire di sé e degli altri quanto altrimenti gli sarebbe risultato imbarazzante, a comprendere più efficacemente i comportamenti umani partendo da punti di osservazione alternativi. Si pensi agli animali “a cui la natura ha reso difficile amarsi”, come la balena, che non ha organi per il bacio; o il riccio, che espelle uova e sperma e non si accoppia mai. Il loro problema, secondo Proust, è anche nostro. Perché quando baciamo, avvicinando le labbra al viso dell’amata/o “gli occhi non vedono più, e il naso, schiacciandosi, non percepisce più alcun odore”. Abbiamo morfologie che ostacolano una perfetta fusione dei corpi. Proust si riferisce senza esplicitarlo agli amori omosessuali.

Così la difficoltà delle balene nell’accoppiarsi – la fonte è Michelet – rimanda alle complicazioni che incontra l’omosessuale, che non per questo però rinuncia all’“esaltazione interiore”. Gli animali sono spesso chiamati in causa per parlare di omosessualità. Se l’omosessuale “ha un istinto come quello del cane che subito fiuta l’odore del desiderio” (viene scritto in una pagina del Jean Santeuil, il romanzo incompiuto), e se le pratiche orali sono rappresentate attraverso il serpente che esce dalla bocca dell’Invidia dipinta da Giotto tra i Vizi e le Virtù nella Cappella degli Scrovegni, è il pipistrello l’animale più coerente col tema, perché solito invertire le abitudini comuni (dorme a testa ingiù, si accoppia promiscuamente anche con esemplari del suo stesso sesso).

C’è questa idea dietro alla scena della scoperta di due anelli con l’immagine di un pipistrello nel cassetto di Albertine, che, dopo la sua scomparsa, accende la gelosia della voce narrante (JE, come lo identifica Galateria) della Recherche, perché costituisce la prova della relazione tra la ragazza e la lavandaia. Ma lo stesso animale può assumere significati diversi o rappresentare facce compresenti, talvolta a prima vista distanti, dello stesso tema. Così il piccolo pipistrello che compare già nella prima versione (i Settantacinque fogli) del bacio negato dalla madre all’io narrante richiama il dolore del bambino distaccato dalla mamma e il suo nervosismo.

La stessa polisemia caratterizza la medusa. Proust la evoca sia per parlare della morte della madre e dell’impossibilità di accettarla (la mamma continua a vivere in ogni cosa che fa), sia per descrivere la nonna morente, che, con le sanguisughe applicate dal dottor Cottard sulla testa, sembra Medusa. Nella novella Prima della notte la medusa è invece un animale ambivalente (attira e respinge), di cui Proust si serve per alludere ad amori saffici. In Sodoma “è accostata a quei fiori in cui l’organo maschile è separato da quello femminile da una parete divisoria”, è cioè paragonata alle piante che sono destinate alla sterilità senza l’intervento dell’uomo o delle api. La sterilità dei rapporti omosessuali è “un costante rimpianto” della Recherche. L’omosessuale è colui che ha in sé un embrione femminile di cui non si può servire.

L’evoluzione non ha previsto per lui quello che ha prodotto per gli animali ermafroditi, come le lumache e le chiocciole che sono contemporaneamente maschio e femmina. L’omosessualità si mescola talvolta al sadismo, l’impulso più raccontato attraverso gli animali nella Recherche. Nel Tempo ritrovato Proust riprende uno dei racconti delle Mille e una notte in cui si parla di animali e uomini tormentati. Qui Zobeide frusta le cagne nere in cui si sono trasformate le due sorelle che l’hanno tradita. Una fata pretende che Zobeide infligga loro quel trattamento ogni giorno, altrimenti anche lei diventerà una cagna. Proust cambia il finale: essere fustigate consente alle cagne di ritornare donna. La flagellazione acquisisce allora un altro senso, strettamente connesso con l’omosessualità: permette di prendere coscienza della propria femminilità.

Il sadismo è atteggiamento trasversale, che accomuna le classi sociali. Così mentre la cameriera Françoise uccide un pollo davanti agli occhi di JE bambino, Oriane de Guermantes, considerata a Parigi “spirituale”, a Combray diventa crudele e si diverte a strappare le reni ai gatti e gli occhi ai conigli. A un livello più sottile e doloroso il sadismo caratterizza il rapporto di Proust con i genitori. Galateria sottolinea che tutta la Recherche “è percorsa dal rimorso matricida”, a cui Proust dà voce nell’articolo uscito sul “Figaro” nel 1907, Sentimenti filiali di un matricida, relativo al caso di Henri van Blarenberghe, esponente dell’alta borghesia parigina che aveva ucciso la madre e poi si era sparato. Nella Recherche sono i topi gli animali che rappresentano questo stato d’animo. In sogno i genitori di JE diventano topolini bianchi trafitti da una piuma mentre tengono “discorsi ciceroniani”.

Proust ha in mente La leggenda di San Giuliano l’Ospitaliere di Flaubert, dove il santo, prima di dedicarsi alla religione, si è macchiato dei più orribili delitti, massacrando gli animali e uccidendo, seppur involontariamente, i propri genitori. Il primo atto sadico di Giuliano è consistito nell’uccidere un topolino bianco che usciva da un buco del muro della Chiesa durante la messa. Lo aveva colpito leggermente con una bacchetta ed era rimasto a guardare la goccia di sangue che macchiava i gradini dell’altare. Il senso del sogno di JE è eloquente: lo scrittore punisce il moralismo dei genitori infilzandoli con le sue armi, le parole. L’immagine dei topi si carica a tal punto di significati – rimandando alla sessualità perseguitata, ai genitori repressivi e ai sensi di colpa – che Proust diventa “l’uomo dei topi”. Una leggenda vuole che verso la fine della sua vita liberasse topi dalle gabbie per farli trafiggere dai ragazzi dell’Hotel Márigny, casa di piacere per omosessuali. Ma si tratta di una leggenda appunto, anche se “ribrezzo e eccitazione per i topi erano una fantasia di Proust, frequente nei sogni della Recherche”. 

Il rimorso matricida è anche alla base del riferimento alla ranocchia di Nerone, in apertura di Sodoma. Dopo aver sentito (e non visto) Charlus e Jupien fare l’amore, JE, a proposito dell’assenza del timore di avere bambini dopo un rapporto omosessuale, fa riferimento alla leggenda della gravidanza di Nerone, riportata dalla medievale Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine. Nerone, dopo essersi sposato con un uomo e aver ucciso la madre, chiede di poter concepire un bambino, per poi partorire e conoscere il dolore che lei ha sperimentato. I medici, minacciati ed impauriti per la loro sorte, gli fanno inghiottire un girino che cresce nel suo ventre. Nerone soffre, non riesce a respirare (tema ricorrente nel malato Proust) e chiede di partorire. I medici gli fanno vomitare una rana orribile a vedersi, cosparsa di sangue e umori. Quando chiede ai medici se anche lui era così, gli rispondono di sì.

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La sofferenza inflitta agli animali è detestata da Proust, che è contrario alla caccia. Anche quando celebra la cucina francese, si dispera delle molestie che vengono inflitte agli animali. Esemplare è il suo rapporto con gli zoo. Da bambino gli piacciono e a Parigi frequenta spesso il Jardin d’Acclimatations e il Jardin des Plantes, poi, da adulto, li detesta per le condizioni umilianti in cui sono tenuti gli animali. Il giardino zoologico, a suo dire, ci rende “un animale lontano da noi”, ovvero lo rende dissimile da noi.

Cosa che il darwinista Proust, profondamente empatico verso gli animali, non accetta. La compassione verso gli animali è un sentimento che spesso traspare, come nel caso dello scimpanzè Consul esposto all’Olympia. Proust vi vede un’analogia con l’omosessuale solitario. Sono entrambi dissimili dall’uomo comune. La compassione conduce Proust a far venir meno, almeno momentaneamente, ogni snobismo: è quanto accade di fronte al dolore e alla fatica dei cavalli, sfruttati per quello sport, l’equitazione, che lo stesso scrittore aveva praticato da giovane.

Per Proust gli animali soffrono più dell’uomo. Il perché lo spiega in una lettera che indirizza a Zadig, il cane (dal nome voltairiano) dell’amato Reynaldo Hahn, in cui gli comunica che ha iniziato a scrivere la Recherche. Sia Zadig che Marcel soffrono per la mancanza di Reynaldo. Ma la tristezza del cane è assoluta, perché non può essere attenuata “da idee, letture, progetti”. D’altro canto, l’intelligenza raffredda le emozioni. Così Proust confessa all’amico che soltanto quando si sente pienamente Zadig si rimette a scrivere. È un’idea che troviamo nella sensazione, espressa nel Jean Santeuil, che gli animali sembrino senza pensieri. Ed è il motivo per cui il giovane protagonista li invidia.

Non è raro che Proust, per parlare di sé “in modo profondo”, si serva degli animali (ma lo fa anche per parlare degli altri, come mette in luce “la qualità ornitologica” dei Guermantes). Nella Recherche la voce narrante dormiente si identifica con la rondine di mare che fa il nido “in fondo a un sotterraneo, nel calore della terra”. È un modo per descrivere il piacere di stare al caldo nel letto, protetti, “quando il tempo è glaciale”. Simmetricamente, alla fine, in Sodoma, l’io narrante chiuso nella sua stanza si identifica con un gufo. Talvolta Proust paragona il suo lavoro di scrittore a quello del baco da seta che tesse il suo filo. Per Reynaldo, invece, Marcel è il poney, espressione ricorrente nel loro lessico intimo. 

A un mese dalla morte, in una lettera all’editore Gallimard, si presenta come la vespa scarificatrice che nutre le sue larve lasciando vicino a loro insetti paralizzati. Proust non può più leggere, ma solo “palpare” i libri: “mi occupo solo ormai di rifornirli, attraverso tutto il mondo degli spiriti, di quell’accrescimento che mi è rifiutato”. Il parallelo con le vespe scarificatrici è ricavato dall’entomologo Fabre, in un passo citato dal biologo russo Il’ja Meĉnikov. Da Michelet, come si diceva, Proust ricava invece l’idea sbagliata che la morte attenda la vespa subito dopo aver provveduto al cibo per la sua discendenza. In tal senso assomiglierebbe allo scrittore che genera le opere e spera che queste, nonostante la brevità della sua vita, gli assicurino una almeno parziale resurrezione.

Per parlare della morte Proust fa ricorso anche ad altri animali, dalla medusa al cavallo (legato alla morte di Agostinelli e di Albertine). La malattia, che ci fa scoprire “che non viviamo soli, ma incatenati ad un essere di un regno differente, il nostro corpo, incomprensibile e ignaro di noi”, è invece avvicinata a una piovra, termine di paragone anche per la gelosia, che, come sperimenta Swann nei confronti di Odette, “infetta in un momento preciso”. Per l’omosessuale Charlus – personaggio costruito prevalentemente sul dandy Robert de Montesquiou – invece i tradimenti con l’altro sesso non provocano gelosia, perché le donne sono “un’altra specie animale”.

Per parlare della “resurrezione della memoria” nella tazza di tè dove viene intinto il pezzetto di madeleine, scena centrale della Recherche, Proust fa “più volte riferimento ai microscopici organismi ciliati della stessa specie dei rotiferi, gli infusori”, ovvero alle forme viventi che rivivono nelle infusioni. Anche se alla fine sceglie l’immagine dei fiori giapponesi, che messi nell’acqua bollente riprendono la loro forma e i loro colori, il concetto rimane lo stesso: il ricordo nasce da dettagli apparentemente insignificanti o, come scrive Proust, “se ne sta nascosto al di là del suo dominio e della sua portata in qualche insospettato oggetto materiale”.

Gli animali invisibili , come “protozoi, vibrioni, infusori, microbi, effimeri” sono dappertutto nella Recherche. Le ragazze fotografate sulla diga di Balbec sono paragonate a “sporadi che ormai si sono disunite in una pallida madrepora”. Guardando la duchessa di Guermantes all’Opéra, JE “è contento di far parte di madrepore anonime e collettive, come un protozoario sprovvisto di esistenza individuale” e, con sussiego, Charlus definisce JE un vibrione. Madame Verdurin, durante i concerti, si lascia andare coi movimenti di un’effimera per simulare forti emozioni. Mentre l’ipocondria “è un germe più potente dei microbi”, ci sono luoghi in cui “parti intere dell’aria e del mare sono illuminate o profumate da miriadi di protozoi che non vediamo”.

Il paragone con gli infusori si estende alle masse coinvolte nella Grande Guerra e alla vecchiaia che, come gli infusori osservati al microscopio, è rivelata non “dal progresso degli anni, ma dalla visuale dello spettatore”. Allo stesso modo la vita del corpo dello scrittore – a differenza di quella dello spirito – è imperfetta e può interrompersi improvvisamente, come quella “dei protozoi nei polipai”.

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