I nuovi libri dell’Autunno 2022 di cui innamorarsi

Finiti i libri per le vacanze, ecco i suggerimenti per la rentrée autunnale, visto che a settembre escono molte novità, e in questi giorni i titoli non mancano. Ne abbiamo trovati 6, sono romanzi di giovani scrittrici esordienti, o già conosciute o alla seconda prova, che raccontano di altre donne o di loro stesse, tra memoir e autofiction. E sono tutti e sei veramente notevoli.

I libri novità dell’Autunno 2022

Mrs. March. La moglie dello scrittore, Virginia Feito (HarperCollins)

Un thriller, nerissimo, che all’inizio sembra solo uno dei tanti racconti sulle casalinghe ricche e perfette anni Sessanta, che vivono a New York, ma nell’Upper East side, in appartamenti con il portiere in livrea e leggono Vogue, Ladies’ Journal e Woman’s Home. Mrs. March è una di queste. Moglie di George, scrittore famoso, che ha sposato 20 anni prima quando era il suo professore, molto ambito, al college. Lui ha un nome proprio, la Mrs. del racconto, vive del riflesso del marito e del suo cognome, fino, quasi, alla fine del racconto. Ed e già un indizio. Gli altri li rivela con il contagocce l’autrice, spagnola che vive a New York, questo è il suo romanzo d’esordio. Si capisce al volo che la sua è una Mrs. March bifronte. Da una parte una perfezionista gelida, che conduce una vita da sogno, frequenta i locali giusti, va nei negozi giusti per i macaron, e il pane alle olive, e per il marito organizza ricevimenti e feste da copertina. Dall’altra, con il punteruolo, ritaglia la psicologia di una donna fragile, mai amata dalla madre che le preferiva la sorella, e la costringeva a nascondere qualsiasi emozione, per non incorrere nel giudizio degli altri. E quando la sua pasticcera di fiducia le dice che assomiglia al personaggio dell’ultimo libro, di successo ovviamente, del marito, una prostituta talmente brutta con cui nessuno voleva andare a letto, una crepa sottile si insinua nella mente di Mrs. March. Realtà e immaginazione si aggrovigliano e si distorcono continuamente in quello che vede e che ci racconta. Noi lettori, non sappiamo mai esattamente quando questa discesa agli inferi avrà fine. Merito assoluto della Feito e della sua scrittura ambigua, con la quale ha costruito un ritratto crudele, di una potenza tale, da convincere Elisabeth Moss (Il racconto dell’ancella), a farne un film.

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Mrs March. La moglie dello scrittore

Noi tre, Johanna Hedman (Frassinelli)

Romanzo di esordio di una 28enne di Stoccolma, che ha lavorato per l’Onu a New York e vissuto a Parigi, proprio come i suoi personaggi. La storia e le vicissitudini di tre ventenni, di estrazione diversa, nella Stoccolma trendy e green, che studiano, vivono tra bar, ristorantini, e biblioteche, vanno in bici o in autobus, volano a Parigi con biglietti scontati, e vivono a Berlino in appartamenti fatiscenti. Girano, vedono persone, fanno cose. E parlano d’amore, di legami, di lavoro, di carriera con l’irrisolutezza dei ventenni che si sentono vecchi, ma non sanno come affrontare la vita. Sono in tre, come i lati di un triangolo, sempre traballante tra amore e amicizia. Thora, figlia di una ricca famiglia svedese che tratta armi, indecisa tra essere borghese o ribelle, una nichilista romantica. August, è il bohemien ricco che fa il povero e vuole fare l’artista. È amico di Thora fin dall’infanzia, amicizia che scivola più volte nella scelta di andare a letto insieme, senza mai pronunciare la parole amore o coppia. A questi due lati, si aggancia Hugo, svedese appena rientrato da Berlino dopo aver studiato e ciondolato tra caffè, bar, feste. Non viene dalla Stoccolma bene, ma dalla periferia. È il lato debole del triangolo. Vive dai genitori di Thora che, da buoni borghesi di larghe vedute e molti problemi, ospitano gratis studenti senza mezzi, provenienti da ogni dove. Lì Hugo conosce Thora e August e, come tutti gli altri, pensa che stiano insieme. La storia del trio è raccontata a voci alterne da Thora e Hugo. August lo conosciamo dai loro racconti. E in quei capitoli in prima persona c’è tutto quello che i tre non si sono mai detti in faccia negli anni, le strade che non hanno preso, le schermaglie d’amore, i rapporti che hanno avuto paura di costruire, preferendo fuggire per il mondo. Il racconto inizia dalla fine, quando i giochi sono fatti, ognuno ha preso la propria strada e ha sigillato i propri errori, e alla porta di Hugo, ingrigito nei capelli e nel cuore, bussa un ospite inatteso: il rimpianto.

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La definizione della felicità, Catherine Cusset (Astoria)

Un romanzo intorno all’ amore, un viaggio all’interno delle sue mille sfaccettature, la felicità è una di queste, vissuto e raccontato da due donne, molto diverse tra loro, Clarisse a Parigi, Ève a New York, dalla fine degli anni Settanta a oggi, pandemia, Trump e gilet gialli compresi. La vita delle due donne, che non si conoscono, gira sui temi preferiti dall’autrice: la famiglia, le relazioni tossiche, la violenza domestica, la fedeltà, il senso di colpa. Temi drammatici, che sciolti nel linguaggio scorrevole e piano della quotidianità diventano racconti da ascoltare. Per Clarisse, la passionale, la sfrenata, un grande amore è un’occasione che non va mai sprecata. Costi quel che costi in fatto di sofferenza, soldi, fatica. E, alla ricerca della felicità da cartolina, inanella una serie di matrimoni improbabili, e di amanti sempre più giovani. Li vive tutti come l’occasione della sua vita, ma noi sappiamo che andrà sempre finire male. Le sue cadute rovinose e le sue resurrezioni spettacolari si susseguono con la con la suspense degna di un thriller. Mentre Ève è calma piatta. Da Parigi si è trasferita a New York per seguire Paul, il primo amore, l’ha sposato, è un uomo affidabile, forse scontato, ci ha fatto due figlie. La sbandata per il padre di un compagno d’asilo della figlia, la passione vera, quella che Ève non ha mai rincorso, rientra per il volere del destino. Un giorno Ève sente alla radio uno psicologo spiegare come l’abbandono sia una struttura, si ripete di generazione in generazione, come un ritornello. Suo padre ha lasciato sua madre quando lei aveva due anni. Noi sappiamo che anche il padre di Clarisse ha lasciato sua madre per una più giovane. Una coincidenza che diventa un indizio.

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La definizione della felicità


Come non perdersi in un bicchiere d’acqua, Angie Cruz (Solferino)

La protagonista è un’altra delle donne eroiche, scappate da un barrio dominicano a New York per trovare lavoro, per fuggire da un marito violento, per rincorrere il sogno di una vita diversa, che l’autrice ha così ben raccontato nel precedente Dominicana. Cara Romero ha lavorato per 25 anni in una fabbrica di lampadine, è arrivata negli stati Uniti con il figlio piccolo Fernando in braccio e 10 dollari in tasca, per non essere accoltellata dal marito geloso. Ora ha 56 anni, la fabbrica ha chiuso e il sussidio sta per scadere. Siamo nel 2009 durante la crisi finanziaria delle banche e la bolla dei mutui. Ma grazie a el Obama, il presidente immigrato, proprio come lei, il governo le offre un corso di 12 sedute, 12 colloqui per trovare un lavoro adatto alle sue capacità, e la possibilità di rinnovare il sussidio per un altro anno. Ed è proprio durante queste 12 sedute, che Cara racconta la sua storia. Mentre l’assistente sociale dominicana, che non parla spagnolo, le chiede se ha capacità organizzative, se sa far fronte alle emergenze, se ama i bambini e ha mai aggredito qualcuno, Cara risponde con una storia per ogni domanda: di moglie tradita, di figlia picchiata dalla madre, di madre in ansia per quel figlio troppo debole ed effeminato. Racconta le storie di quel condominio di altri immigrati come lei, a Washington Height, che è pur sempre Manhattan e ora è diventata una zona appetibile e il padrone di casa la vuole sfrattare. Della sorella Angela, arrivata a New York dopo di lei, desiderosa di essere ammessa, con marito e figli, in quella società di blanquitos. Dell’amica Lulu che vive in due stanze con figli e nipoti, della vecchia Caridad, sola, che lei accudisce come una madre. La visione della vita di Cara è in questi 12 racconti. Se rinuncia ai lavori che le propongono è perché non può lasciare tutte queste persone che contano su di lei. Ha un’unica debolezza, la chiromante in tv che le risponde via mail, predicendole un’imminente fortuna. Le eroine della Cruz, dietro quell’aria stupita e naive, sono salde come rocce, sanno che dopo ogni uragano, ritorna il sereno.

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Come non perdersi in un bicchiere d’acqua

Il corpo ricorda. Un Memoir, Lacy M. Johnson, (NN editore)

Cosa succede dopo uno stupro? Quale cammino e destino aspettano la vittima? Il corpo non dimentica la violenza, se la mente per un attimo evita di pensare a quello che è successo, basta un gesto, un contatto, che il terrore riprenda il sopravvento. Il cammino della vittima è lungo e costellato di insuccessi, di passi avanti e indietro. È quello che ci racconta l’autrice nel suo memoir, doloroso e implacabile, scandito come gli atti di un processo. Racconta come è riuscita a sopravvivere alla violenza fisica e psicologica di un amore tossico, per poterla raccontare. L’amore perfetto, il grande amore fatto di eccessi, è questo che ha immaginato a 19 anni, quando all’università il suo professore di spagnolo (38 anni) l’ha guardata e le ha parlato. E dopo due anni di violenze, botte, umiliazioni, l’ha rapita, stuprata e incatenata, in una stanza insonorizzata preparata per il crimine. Difficile riconoscere quando si deve fuggire davanti a un amore soggiogante e dominante. Quando tutti, l’Amica del Cuore, i genitori, la Sorella Maggiore, la sorella Minore, l’amico Figo ti dicono di scappare a gambe levate. Non ci sono nomi per il coro di protagonisti che accompagna Lacy nel racconto, c’è un Primo marito e un Marito o il padre dei miei figli, solo definizioni. E c’è il suo corpo che pensa e agisce come se fosse staccato da lei. Questo corpo che è stato picchiato, umiliato, sottomesso. E ora non sa più come vivere e agire in sincrono con la mente. Depressioni, crisi di panico, psicoterapie infinite, medicine, più tossiche degli effetti. Un calvario, durato 13 anni, che la protagonista affronta con una tenacia spaventosa, puntellandosi sul suo lavoro, sui due figli voluti, sull’amore silenzioso del marito. Non lascia gli studi, lavora, insegna, scrive poesie e sa che alla fine del tunnel ci sarà un romanzo: questo. Una scrittura di una violenza palpabile, perché ogni momento di quella relazione è violenza, ogni paura dopo quello che è successo (non cita mai la parola stupro), uccide lentamente. Un libro da leggere fino in fondo, che spiega, meglio di mille esperti, come riconoscere l’amore che ci fa male e come salvarsi. O come salvare chi ne ha bisogno.

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Il corpo ricorda. Un memoir

Gioventù, Tove Ditlevsen, (Fazi)

È un’avventura la vita di Tove che solo lei può raccontare in questa biografia romanzata, non nei fatti, ma nel linguaggio che ha scelto: scarno, quasi ripetitivo, attraversato da un’ironia sottile, che trasforma la tragedia in commedia. È il suo diario intimo quotidiano, che diventa un’opera scandita in tre volumi, le tre fasi più importanti della sua vita: Infanzia, Gioventù, Dipendenza. In questo suo raccontarsi in prima persona, assistiamo, come avviene in pochissimi altri romanzi di formazione, al suo cammino verso l’età adulta, verso la consapevolezza, anche delle sue doti letterarie, e verso la tragedia, sua e del mondo che ci attende, raccontata nell’ultimo volume Dipendenza. Gioventù è un’istantanea meravigliosa e spiazzante che immortala il suo coming of age, tra i 16 e i 18 anni (in Danimarca nel 1933 la maggior età era a 18 anni), alla periferia di Copenhagen, i sogni acerbi di una ragazzina di famiglia operaia di tradizioni libertarie, tuttavia colta e smaniosa di crescere per essere libera. Il progredire della sua vita interiore è scandito dai numerosi lavori che trova per mantenere lei e la famiglia scombinata: operaia, magazziniera, impiegata, poetessa in erba, attrice di teatro, scrittrice di canzoni su commissione. Giovane circondata da giovani, spiantati o idealisti, spesso senza un lavoro, che vogliono divertirsi, ballare, bere, fare la corte alle ragazze, e ragazze che vogliono perdere la verginità prima di sposare uno perbene, meglio se ricco. “Mi stringo tra le mie stesse braccia e gioisco della mia giovinezza e della mia salute”, confessa Tove. Siamo nel 1933, Hitler è salito al potere, la Danimarca è troppo vicina per non aver paura e l’età adulta non le porterà niente di buono.

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