«Aldo Moro mi ossessiona ancora»

Sulla vicenda del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro sono stati scritti decine, forse centinaia di libri. Eppure di questa montagnola di carta ingiallita, a differenza di quanto accaduto negli Stati Uniti sull’omicidio Kennedy (si pensi ad American Tabloid di James Ellroy o a Libra di Don DeLillo), ciò che resta dal punto di vista narrativo e letterario è poca cosa. La gran parte della produzione editoriale sul caso Moro è di tipo storico e saggistico, con una certa prevalenza dei testi che indagano i fatti dal punto di vista del mistero e del complotto. In questi mesi, a 44 anni di distanza dai fatti, è uscito uno strano oggetto romanzesco. S’intitola Il dio disarmato. L’autore è lo scrittore romano Andrea Pomella, che molti hanno già conosciuto per i due libri precedenti, Anni luce e L’uomo che trema. Nella serie di narrazioni dedicate alla vicenda Moro, Il dio disarmato si presenta come uno dei tentativi più estremi, riusciti, ambiziosi e letterari.

Andrea Pomella, Il dio disarmato

Einaudi

L’impresa in cui si cimenta Pomella è quella di chiudersi dentro i limiti di una cornice temporale ristretta, quella del mattino dell’agguato in via Fani e dei minuti e delle ore che precedono il massacro. Pomella dilata l’inquadratura, ingrandisce il dettaglio, lo osserva mentre si sgrana, entra nelle maglie del tempo, stira e allunga i secondi, quindi crea più varchi per calarsi dentro lo stato emotivo e mentale dei protagonisti, a partire da Moro. Un riflesso intravisto in uno specchietto retrovisore può occupare un paragrafo, offrendo una rivelazione sull’agguato di via Fani. Protagonisti del racconto sono la psiche di Moro e dei suoi familiari, insieme alle voci degli oggetti e dei luoghi che compongono la scena. La scrittura di Pomella, per intenzione, adesione all’oggetto raccontato e capacità d’immedesimazione, si avvicina al risultato raggiunto dalla performance dell’attore Fabrizio Gifuni, interprete di Moro in Esterno Notte, la serie di Marco Bellocchio. In entrambi i casi si avvertono un’ossessione, una febbre e una determinazione speciali.

Qual è l’origine della tua ossessione per via Fani? Quando e come è iniziata?

È stata all’inizio un’ossessione per la scena, più che per i fatti. L’azione che si mette in moto in uno spazio urbano secondo regole millimetriche. Ricordo che quando vidi al cinema Dogville di Lars von Trier, la prima cosa a cui pensai fu proprio via Fani. In quel film i personaggi non si muovono all’interno di una scenografia tridimensionale, ma bidimensionale, le case che si affacciano su Elm Street sono semplici righe tracciate sul pavimento. Dopo pochi minuti, tuttavia, lo spettatore si dimentica di questo semplicissimo artificio e l’immaginazione supplisce a tutto ciò che fisicamente non c’è. Andando in via Fani mi sono ritrovato nella stessa situazione, ma a parti invertite: c’era la scenografia ma erano scomparsi gli attori. Nella mia testa però l’azione scattava con la medesima naturalezza.

libro aldo moro pomella einaudi

Gianni GIANSANTIGetty Images

Di quali strumenti ti sei servito per raccontare lo stato mentale di Moro e la sua quotidianità?

Quattro anni fa ho pubblicato L’uomo che trema, in cui raccontavo la storia della mia depressione. Era tecnicamente quello che si dice un memoir. Scrivendolo mi sono presto reso conto che il protagonista della storia coincideva solo marginalmente con me, ossia con la persona realmente esistente a cui mi ispiravo. Era un personaggio, e come tale lo trattavo. Entrare nei pensieri di un essere vivente (che vive nel romanzo, non nella realtà) è la prima azione che compie sempre uno scrittore. Per Moro ho fatto ricorso ai canonici strumenti a disposizione della letteratura: resoconti, psicologia, immaginazione.

Che idea ti sei fatto di questa vita mentale e che genere di esperienza è entrare nella testa di Moro?

Mi sono fatto l’idea che fosse una vita mentale vivacissima, appassionata, quasi sfrenata, il contrario della corazza compassata che trapelava dal suo aspetto fisico. Entrare nella testa di un personaggio storico come Moro è come osservare l’ecografia tridimensionale di un bambino che deve ancora nascere. Sappiamo che quello non è il suo vero aspetto, ma un’elaborazione computerizzata di un’immagine bidimensionale. E tuttavia è verosimile. L’emozione che ho provato nel guardare il mondo da quella prospettiva è stata quasi la stessa che ho avvertito la prima volta che ho visto l’immagine fisica (pur sapendo che si trattava di una pura approssimazione) di mio figlio.

Che famiglia era la famiglia Moro?

Una famiglia che difendeva con forza il diritto a una vita privata nonostante l’esposizione a cui era sottoposta, che aveva istituito dei veri e propri riti che si svolgevano durante le feste religiose, che tendeva a lasciare, per quanto possibile, la politica fuori dall’uscio di casa.

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Che cosa ti ha colpito del rapporto con i figli Agnese, Maria Fida, Anna e Giovanni?

Moro era un padre “moderno”. Non era un uomo che viveva la paternità secondo le logiche culturali in voga tra i suoi contemporanei. Era un padre attento, accogliente, dialogante, tutt’altro che autoritario. Era anche un nonno amorevolissimo, che faceva collezione di “vocette”, registrava con un magnetofono la voce del nipote Luca per riascoltarla la sera tardi prima di andare a dormire.

Nella serie Esterno Notte di Marco Bellocchio c’è una ricostruzione molto accurata e suggestiva della casa di Moro. Per esempio a un certo punto, in bagno, si vede uno splendido lavandino rosa, di un tipo che oggi è molto difficile incontrare. C’è un oggetto o un dettaglio che anche a te ha colpito di questa casa?

Qualche mese prima dei fatti narrati nel libro, Moro aveva acquistato uno strano mobiletto da un antiquario di via dei Coronari a Roma, un tavolino di legno con una cornice pieghevole di cui non sapeva neppure bene la destinazione d’uso. Sua moglie gli aveva spiegato che si trattava di un leggio per chitarra e lui aveva deciso di comprarlo per Luca. Allora non poteva immaginare che Luca da grande sarebbe diventato un chitarrista.

C’è un paragrafo nel tuo libro dove ti soffermi su una caratteristica: Moro non sapeva fare nulla con le mani, mancava totalmente di senso pratico. Sua moglie Noretta, invece, che tipo era?

Eleonora Chiavarelli, detta Noretta, era ciò che un tempo si definiva il “capofamiglia”. Era laureata in letteratura italiana, e al contrario del marito aveva un grande senso pratico: aveva una passione per le motociclette e sapeva perfino cambiare le candele e l’olio al motore della macchina. Pare che fosse anche molto brava a inventare delle storie per i più piccoli.

Il punto di vista dei brigatisti è ricostruito in misura molto minore rispetto al punto di vista di Moro, della famiglia e degli uomini della scorta. Come mai?

Dei brigatisti mi interessavano soprattutto aspetti che possono sembrare marginali. Per esempio sappiamo che Franco Bonisoli lasciò Roma la mattina stessa del 28 marzo 1978. Dopo aver sparato in via Fani, andò alla Stazione Termini e salì su un treno per Milano. Ecco, immaginiamo che siano ancora vivi gli ignari viaggiatori che sedettero accanto a lui sul treno. Queste persone avranno vissuto fino a oggi in una vertiginosa inconsapevolezza. Oltre a questo, trovavo interessante riportare la questione a un livello, per così dire, umano, al di là delle implicazioni ideologiche, del movente rivoluzionario, interrogandomi per esempio su cosa si prova un istante prima di togliere la vita a un altro uomo, nella piena consapevolezza del gesto che si sta per compiere.

Sul conto dei brigatisti c’è un dato che metti in evidenza. Il più adulto, Mario Moretti, aveva 32 anni. Gli altri erano giovanissimi. Rita Algranati, la più giovane, aveva 20 anni. Che cosa racconta questo dato?

Racconta che via Fani, stringendo, è una storia di ragazzi. Anche tra gli uomini della scorta di Moro, tre su cinque avevano meno di 30 anni. Non si possono comprendere le dinamiche dello scontro che insanguinò gli anni Settanta senza considerare questo dato. Alla base della lotta non c’erano solo ragioni politiche e sociali, ma anche anagrafiche.

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Eleonora Chiavarelli

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Durante la lavorazione di questo libro hai passato molto tempo a via Fani. Andavi lì e che cosa facevi?

Mi sedevo sul muretto che delimita l’aiuola dietro la quale si nascosero i quattro brigatisti armati, prendevo appunti come faceva Perec in Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, annotando tutto ciò che vedevo, condizioni meteorologiche, temperatura, passanti, autobus, macchine, moto, cercando la memoria che galleggia nei luoghi e al contempo i luoghi che galleggiano nella memoria.

Hai conosciuto qualcuno in queste giornate?

Nessuno. In generale non sono un tipo molto socievole, ma lì ci andavo per scomparire, in un certo senso, per fondermi nell’arredo urbano.

Quali sono stati i libri e i documenti più utili in questa ricerca?

Sicuramente i libri scritti dai familiari di Moro. Quei testi sono risultati più preziosi delle inchieste, dei verbali degli interrogatori, della miriade di saggi scritti sull’argomento. Sono molto grato alla famiglia Moro per aver condiviso pubblicamente quella memoria privata.

E le persone utili? Che incontri hai fatto per scrivere questo libro?

L’incontro più importante di tutti non è stato con una persona, ma con un oggetto: un’automobile, la Fiat 130 su cui viaggiava Moro e sulla quale trovarono la morte l’autista Ricci e il caposcorta Leonardi. L’auto si trova nel centro ricerche della motorizzazione civile di Roma. È l’unico testimone che ancora, a distanza di 44 anni, continua a parlare.

Cosa ne pensi, da scrittore, di Moro scrittore?

Se consideriamo che Moro come politico era famoso per l’uso di un linguaggio spesso oscuro, enfatico, tortuoso, nelle lettere dalla prigionia rivela insospettabili doti letterarie. Erano lettere private, ma anche pubbliche, erano l’unico strumento che aveva a disposizione per salvarsi. L’uso della parola quindi mirava a suscitare un totale coinvolgimento emotivo, non solo nei destinatari, ma in tutti. Per usare la scrittura in questo modo bisogna possedere delle precise qualità.

Come mai qua e là nel tuo libro vengono sfiorati concetti che hanno a che fare con la fisica, i buchi neri e con la natura profonda del tempo?

Ogni volta che abbiamo a che fare con la fisica dobbiamo inizialmente compiere un processo di astrazione. Succede la stessa cosa con la letteratura. Per scrivere una storia che copre un arco temporale di tre minuti (il tempo dell’agguato) o di otto ore (le ultime di libertà di Aldo Moro a partire dall’una di notte del 28 marzo 1978) bisogna dilatare il tempo, entrarci dentro, portarne a vista gli atomi. Ho immaginato che per fare questo dovessi compiere un’operazione per certi versi simile a quella che farebbe un astronauta nel tentativo di entrare in una stella morente. Lo scopo è il medesimo: osservare ciò che non può essere osservato.

Qual è il tuo rapporto con i misteri del caso Moro e la sfera saggistico-letteraria che ha indagato la vicenda dal punto di vista del complotto?

Il complotto non mi appassiona, ai fini della scrittura di questo romanzo le varie teorie formulate sul caso Moro sono state solo un intralcio. Appurare la verità storica spetta ai magistrati, al più agli storici. Uno scrittore come me può indagare un’altra verità, quella che ha a che fare con la percezione degli eventi umani, col senso di ciò che resta nei luoghi, nelle menti e nei cuori delle persone, nel codice genetico di una nazione.

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Francois LOCHONGetty Images

A tanti anni di distanza dai fatti, dopo la pandemia, di fronte alla minaccia di una guerra nucleare e all’incubo del cambiamento climatico, anche tu hai la sensazione che la portata traumatica e l’importanza della vicenda Moro stia inesorabilmente svanendo e rimpicciolendo alle nostre spalle?

L’interesse per la vicenda umana del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro è ancora molto vivo, è una storia che “appassiona” sempre. Credo che ciò sia dovuto al fatto che la narratologia degli eventi ricalca la storia più appassionante di sempre: dal tradimento di Giuda, alla Via Crucis, al silenzio di Dio che non risponde alle invocazioni del figlio mentre muore sulla croce, la passione di Moro ci ricorda molto da vicino la passione di Cristo.

Via Fani è una vicenda che ti ossessiona ancora, nonostante la pubblicazione de Il dio disarmato?

Dopo l’uscita del libro sono già tornato due volte in via Fani. È il segno che, forse, se l’ossessione è sempre il carburante principale per la scrittura, la scrittura non esaurisce l’ossessione.

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