MA ALICE NON LO SA / A tu per tu con Giorgia Salerno, curatrice del Mar Ravenna: l’arte non si distrugge e quel LeWitt è un bene pubblico, vietato distruggerlo – RavennaNotizie.it

“Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla solida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l’uomo premette il bottone dell’accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo” (Ray Bradbury, Fahrenheit 451).

“È un bel lavoro, sapete. Il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciare la cenere. È il nostro motto ufficiale” (Ray Bradbury, Fahrenheit 451).

Solo in una realtà distopica come quella immaginata da Ray Bradbury in Fahrenheit 451 si può concepire come normale o addirittura auspicabile la pratica volta a bruciare e distruggere le opere d’arte, che siano libri o quadri. È qualcosa che fa regredire l’uomo a uno stadio bestiale, e per fortuna quello di Bradbury è solo un libro di fantascienza. Ma nella società di oggi a volte pare che ci sia un piacere morboso nell’involuzione, che si manifesta nell’antiscientismo dilagante, nel negazionismo più spinto e aberrante della realtà e dei fatti, nell’esasperata e esasperante pulsione a attaccarsi al guru santone che la spara sempre più grossa. Viviamo in una società che in molte cose ricorda quella descritta nel 1984 di George Orwell. Anche lì uno degli obiettivi del Grande Fratello era quello di privare le persone della propria storia, della propria cultura, della propria identità. “La storia era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva” scriveva Orwell. Perché senza il proprio passato, le proprie radici, l’essere umano può essere plasmato e plagiato ad uso e consumo del Potere costituito.

Non riesco a immaginare nulla di più osceno, di più pornografico, di distruggere un’opera d’arte. Nessun altra specie che abita questa terra è in grado di produrre arte. Senza l’arte, senza l’impulso a seguir “virtute e canoscenza” saremmo dei bruti. Niente di più e niente di meno. Se si distruggesse l’opera di Sol Lewitt di cui si discute a Ravenna da tempo non si farebbe un torto solo all’arte. Ma alla nostra dignità. Prometeo ha regalato il fuoco agli uomini, ma sta a noi decidere che uso farne. Si può usare il fuoco per illuminare le tenebre e uscire dalla caverna platonica in cui siamo schiavi delle ombre. Oppure si può usare il fuoco per bruciare e distruggere. Dipende da noi. E le scelte che facciamo determinano ciò che siamo. Alla fine, tutto quello che abbiamo è ciò che siamo. È questa la posta in gioco. Ed è molto alta. Siamo davvero disposti a rinunciarvi?

Lei è finita in mezzo alla polemica sull’arte da distruggere. Anzi, addirittura ha osato mostrare ed esporre. Parliamo di Giorgia Salerno la curatrice del Mar al centro della vicenda della creazione artistica Wall Drawings #570 di Sol LeWitt. E allora diamole finalmente la parola, visto che finora hanno parlato soprattutto gli altri, molte volte a sproposito o per attaccarla.

Giorgia Salerno con Gianni Morandi al Mar

L’INTERVISTA

Giorgia, ci racconti un po’ di lei, del suo percorso formativo. Prima di approdare al Mar di Ravenna quali sono state le esperienze lavorative e gli artisti, i maestri che ha incontrato e che l’hanno influenzata maggiormente?

“Io sono nata a Palermo, dove ho studiato e mi sono laureata in storia dell’arte, con una tesi in storia dell’arte medievale. Poi ho fatto il master di specializzazione alla Luiss a Roma in gestione dei beni culturali, uno dei miei insegnanti è stato Achille Bonito Oliva, con cui ho avuto anche l’opportunità di lavorare in seguito a Gibellina, nella Fondazione Orestiadi, di cui Achille è tuttora il Direttore artistico. Gibellina è una località vicino Trapani che nel 1968 fu distrutta dal terremoto. In seguito a questo tragico evento il Sindaco Corrao riuscì a coinvolgere artisti e letterati per la ricostruzione di Gibellina Nuova, che è un posto quasi metafisico, in cui si trova anche il famoso Grande Cretto di Burri, una colata di cemento che riproduce l’antico assetto viario della città.”

E dopo?

“In seguito ho fatto molti tirocini tra cui la Galleria Borghese e Villa Medici, a Roma, e poi ho iniziato a lavorare nel campo dell’organizzazione delle mostre, con un progetto espositivo legato alle collezioni di Sir Denis Mahon. Sono stata la direttrice della sede di Roma di un’importante società che si occupava del trasporto di opere d’arte. Questa è stata un’esperienza fondamentale e due cantieri sono stati particolarmente importanti: la mostra di Auguste Rodin alle Terme di Diocleziano e la mostra di LaChapelle, che ho avuto anche il piacere di conoscere e con cui ho avuto l’onore di lavorare. Ho lavorato per la galleria d’arte contemporanea Lorcan O’Neill a Roma, in cui gestivo la parte fieristica e degli allestimenti. Lì ho collaborato con dei grandissimi del panorama artistico tra cui Francesco Clemente, Richard Long, Kiki Smith, Anselm Kiefer.”

Tra questi artisti qualcuno le ha lasciato un segno più di altri?

“Richard Long. Il suo approccio è delicato e potente allo stesso tempo, una persona di poche parole, ma di una gentilezza e di una cortesia incredibili. Richard Long poi l’ho portato alla mostra dantesca (insieme a Edoardo Tresoldi, tra gli altri). Per la prima volta due opere di Long sono state installate a Ravenna.”

La sua passione per l’arte l’ha sviluppata sin da piccola o è maturata col tempo ?

“Sin da piccola. Io ho fatto il liceo classico, quindi ho una formazione umanistica, ho maturato poi una passione per l’arte e in particolare per l’arte contemporanea.”

E continuando, dopo Roma è arrivata a Ravenna…

“Sì, a Roma ho vissuto dieci anni e poi sono arrivata a Ravenna nel 2019.”

Com’è stato il passaggio da una grande città a una città di provincia come la nostra?

“È stato un trauma… nel 2019 ho vinto la selezione per la posizione al Mar di alta specializzazione con funzione di mediatore tra il direttore e lo staff, il mio ruolo era fondamentalmente quello di vice-direttore.”

Giorgia Salerno

Come si è trovata con il direttore Maurizio Tarantino?

“Molto bene, abbiamo avuto una fase di rodaggio in cui ci siamo conosciuti e poi siamo diventati una squadra affiatata.”

Avete mai avuto qualche divergenza di opinione?

“Certo, è normale e sano, il confronto è fondamentale e fonte di stimoli. Quando sono arrivata la programmazione era già in corso, il mio primo inserimento è stato il teschio di Niki de Saint Phalle.”

Mi dica una cosa che apprezza e una che non apprezza di Ravenna.

“Apprezzo il fatto che ci sia una grande partecipazione su temi come l’arte e la cultura, cosa che non è assolutamente scontata. Questo può diventare allo stesso tempo un difetto quando la partecipazione sfocia nella non comprensione e nella mancanza di rispetto dei ruoli. Ciò accade quando a volte ci si sente in grado di esprimere un giudizio sulle cose senza una reale competenza per poterlo fare con cognizione di causa.”

E arriviamo alla “patata bollente” che ha animato le cronache in quest’ultimo periodo: l’affaire del Wall Drawings #570 di Sol LeWitt. Che mi dice?

“L’opera è stata esposta il 5 aprile. Giaceva da anni nei depositi del Mar. Io sono diventata conservatrice del museo a fine 2020.”

In cosa consiste il ruolo di “conservatore”, quali funzioni svolge?

“Il conservatore si occupa del patrimonio del museo, ha responsabilità sulla conservazione e valorizzazione delle opere. Già prima di ricoprire questa carica io avevo visionato gli inventari del museo e avevo rintracciato quest’opera di LeWitt, ne parlai col direttore Tarantino e maturammo insieme l’intenzione di esporla. Ne avevo parlato anche in precedenza con chi svolgeva la carica di conservatrice prima di me, e lei non mi aveva esternato che ci fossero particolari limiti inerenti a un’eventuale esposizione dell’opera. Bisogna comunque fare una premessa per capire meglio ciò di cui stiamo parlando.”

Sol LeWitt
Sol LeWitt

Facciamola.

“Sol LeWitt apparteneva alla corrente dell’arte concettuale, che attribuisce un valore artistico all’idea: in poche parole tutto nasce dal pensiero dell’artista. Pensiero e opera sono un unicum inscindibile. Sol LeWitt scrisse nei suoi “Paragrafi sull’arte concettuale” nel 1968 a proposito dei suoi Wall Drawings (ne sono stati inventariati in tutto circa tremila) che è loro caratteristica intrinseca l’avere una durata temporanea.”

Ma nel caso l’opera non deperisca da sé per usura, LeWitt fa riferimento anche a un’eventuale intervento di distruzione di cui qualcuno dovrebbe farsi carico?

“Assolutamente no, non funziona così. Questa vicenda è come un puzzle, per capirla bisogna unire tanti tasselli diversi. Tutto è partito nel 1991 quando arrivò al Mar una commissione tecnica per fare una verifica dell’inventario e dei beni del museo. In quell’anno scoppiò sulla stampa il caso “Stella Acidi” l’opera di Gilberto Zorio che era uscita dal museo per tentata vendita. Per altro, in quell’occasione l’opera subì anche dei danni. Intervenne la magistratura che incaricò una commissione tecnica di intraprendere una verifica inventariale. Tale commissione riscontrò che molte opere giacenti nel deposito non erano mai state inventariate, fra queste c’era anche il Wall Drawings #570 di Sol LeWitt. A quel punto la commissione richiese un aggiornamento dell’inventario che comprendesse tutte le opere che sino a quel momento non erano state registrate. In seguito a questa procedura l’opera in questione venne inserita nell’inventario del 1994, anno in cui entrò quindi a far parte dei beni museali a tutti gli effetti. Nel 1996 l’opera venne doppiamente registrata nell’inventario ufficiale del Comune di Ravenna.”

Ok, fin qui tutto chiaro, ma facciamo un passo indietro e aggiungiamo un altro tassello del puzzle. L’opera come e quando arrivò al Mar la prima volta?

“Al Mar arrivò nel 1988 quando Sol LeWitt venne invitato dall’allora direttore Bruno Bandini. L’artista venne a Ravenna per l’inaugurazione dell’opera che fu realizzata da due suoi assistenti (questo era il suo modus operandi). L’amministrazione pubblica effettuò un regolare pagamento, un rimborso spese ai due assistenti pari a duecento dollari al giorno per dieci giorni lavorativi per un totale di duemila dollari. La querelle è poi partita perché secondo alcuni l’artista avrebbe chiesto la distruzione dell’opera, ma non c’è una documentazione ufficiale scritta a riguardo. Si pone altresì un ulteriore dilemma: i Wall Drawings che LeWitt ha venduto a collezionisti privati sono anch’essi soggetti a questa chiamiamola “disposizione” dell’artista circa la distruzione delle sue opere? Oppure in qualche modo la volontà dell’artista passa in secondo piano laddove si entra nell’ambito dei meccanismi che regolano il mercato della compravendita delle opere d’arte? Perché se si sostiene che le indicazioni dell’artista circa la distruzione dei suoi lavori sia da applicare tout court allora questo non vale solo riguardo all’opera del Mar ma dovrebbe valere anche per quelle che i collezionisti privati hanno comprato. Io dubito siano disposti a distruggere ciò che hanno comprato. Inoltre, perché chi è stato direttore del museo nei decenni precedenti, se era a conoscenza di questa esplicita richiesta di LeWitt non ha proceduto in prima persona a effettuare la distruzione dell’opera o a formalizzare la richiesta dell’artista, e solleva solo oggi la questione?”

Arriviamo alla questione degli eredi…

“Non esiste una regola che impone di interpellare gli eredi quando si espone l’opera di un artista per un bene entrato nelle collezioni di un museo pubblico. Diversamente è necessario ci siano atti scritti in proposito, che qui non ci sono. Io comunque per correttezza mi sono sentita di informare la famiglia, nello specifico la figlia, circa la nostra intenzione di esporre il Wall Drawings #570. Quindi il primo di febbraio ho scritto alla figlia di LeWitt informandola che ci sarebbe stato questo riallestimento dell’opera, anche perché avrei avuto piacere di coinvolge gli eredi in questo progetto, invitandoli a venire a Ravenna. Le ho scritto anche per chiederle consigli su eventuali interventi di restauro sull’opera che secondo me si sarebbero resi necessari, dato che è leggermente logorata in alcuni punti, soprattutto negli angoli dei pannelli.”

Sofia LeWitt cosa rispose?

“Mi rispose chiedendomi come potesse essere d’aiuto, e mi mandò anche la scheda dell’opera in questione presente nel catalogo ufficiale di Sol LeWitt. Nella scheda è riportata la storia di questo lavoro.”

Ecco, ci dica qualcosa sulla storia dell’opera.

“La prima installazione fu proprio quella di Ravenna nel 1988, realizzata in sette pannelli di legno. Nel 2005 l’artista usò lo stesso disegno per un altro lavoro, a cui però aggiunse una parte ulteriore. E nel 2010 sempre da quel disegno venne fatta una terza installazione da parte di collezionisti di San Francisco: la relativa scheda riporta che questa si sviluppa a partire sempre dal disegno originario di quella del Mar, benché presenti nella realizzazione ulteriori piccole modifiche rispetto ad esso. Si tratta quindi di tre opere diverse che si fondano su un unico disegno. Questo ha probabilmente generato qualche confusione o incomprensione, perché nel carteggio che ho avuto con la figlia a un certo punto, proprio il giorno prima della data da noi prevista per la presentazione, lei mi ha detto che avrei dovuto chiedere l’autorizzazione ai collezionisti di San Francisco di cui sopra, dato che erano loro i possessori del disegno.”

Sol LeWitt
Stella Acidi

Wall Drawings #570 e Stella Acidi

Loro avevano il disegno ma voi avevate i pannelli però, giusto?

“Esatto. Le dissi che noi eravamo in possesso dei pannelli… “Spero non ci siano problemi” aggiunsi, perché la mia volontà era ed è quella di mantenere un rapporto positivo con la famiglia.”

Mi pare che la sua ricostruzione sia ampiamente esaustiva e chiara. La sua opinione personale ad oggi qual è? Cioè cosa risponde a quelli che continuano a invocare la distruzione dell’opera?

“Io sono fermamente convinta che non si debba distruggere l’opera d’arte. A parte che il codice dei beni culturali vieta categoricamente di distruggere o modificare le opere di un museo pubblico. Quindi qualsiasi intervento che vada a ledere un’opera d’arte è innanzi tutto vietato dalla legge.”

Umanamente questa vicenda l’ha segnata? Trovarsi al centro di tutte queste polemiche intendo…

“Io sono molto tranquilla, non ho nulla da rimproverarmi. Certo è spiacevole trovarsi al centro di una polemica che è stata strumentalizzata per fini politici o per fini che comunque con l’arte e la cultura c’entrano poco o nulla. Aggiungo che tutte le mie decisioni comunque sono state condivise e sostenute dall’Amministrazione comunale. Mi fa sorridere il fatto che leggendo la rassegna stampa del 1991 venivano chieste a gran voce le dimissioni dell’allora direttore del Mar ritenuto responsabile del fatto che l’opera di Zorio uscendo dal museo aveva subito danni, allo stesso modo ora attaccano me ma per il motivo opposto, e cioè per aver esposto un’opera invece di distruggerla…”

Il suo futuro professionale lo vede ancora a Ravenna ?

“Attualmente ho l’incarico a tempo indeterminato come conservatrice all’interno del Mar e il mio unico proposito è quello di svolgere il mio lavoro nel modo più professionale e performante possibile.”

Tra i vari critici d’arte che hanno espresso la loro opinione su questa vicenda, Vittorio Sgarbi è stato uno di quelli che hanno difeso il suo operato. Sgarbi ha infatti dichiarato al Fatto Quotidiano che l’opera “è una reliquia, in quanto l’artista è morto. È quindi un reperto e come tale va trattato. Si può anche non esporre, ma va considerato come un oggetto archeologico. Distruggerlo sarebbe contro natura e nessuno può decidere in vece di un artista che non c’è più. Tutto potrebbe cambiare solo se esistesse un contratto. In mancanza di quello, l’opera deve essere conservata”. Ha ricevuto anche altri attestati di sostegno e solidarietà da parte di suoi colleghi?

“Sì tanti, e questo mi ha fatto molto piacere.”

Tornando a lei, la Sicilia le manca?

“Sì certo, lì ho famiglia, amici… è sempre nel mio cuore.”

Qualche scoop sulle prossime esposizioni?

“No, per carità. Hanno chiesto la mia testa per l’esposizione di un’opera di Sol LeWitt, con le esposizioni direi che per un po’ ho già dato (ride, ndr)”.

Se questa vicenda fosse un film (come direbbe Lucarelli) il titolo sarebbe “La maledizione delle opere che giacciono nei depositi del Mar”…

“Eh, poi come spesso accade la realtà supera la fantasia.”

Ma come direbbe sempre Lucarelli, questa è un’altra storia…

 

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