Biennale di Venezia 2022, i Padiglioni da vedere assolutamente: la nostra guida per un’esperienza immersiva nell’immaginario de “Il latte dei sogni” – Il Fatto Quotidiano

Scenari futuristici e mondi onirici, maschere apotropaiche e gigantesche veneri del Terzo Millennio. Metamorfosi surreali e creature mitologiche, umano e post-umano. La luce il buio. Il silenzio e il rumore assordante. Il bello, il mostruoso e il morboso si intrecciano nei Giardini, creando un universo parallelo incantato e incantevole che pone l’osservatore davanti a quesiti esistenziali. Come sta cambiando la definizione di umano? Quali sono le differenze che separano il vegetale, l’animale, l’umano e il non-umano? Quali sono le nostre responsabilità nei confronti del nostro prossimo? Qual è il nostro rapporto con il progresso? E come sarebbe la vita senza di noi? Sono gli interrogativi che fanno da guida a questa 59esima edizione della Biennale Arte, la prima della vita “post-pandemia”, aperta al pubblico da sabato 23 aprile a domenica 27 novembre 2022 ai Giardini e all’Arsenale di Venezia. Il Covid-19 ha costretto infatti a posticipare questa edizione di un anno cosa che, dalla sua istituzione nel 1895, si era verificato solo in due occasioni: durante le Guerre Mondali. Ma questo è solo uno dei tanti primati messi a segno dalla mostra “Il latte dei sogni” curata da Cecilia Alemani: è infatti anche la prima volta che l’esposizione principale è stata dedicata prevalentemente alle donne, agli artisti trans e ai non binari, e all’identità di genere nel suo senso più assoluto, che riflette la ricchezza della forza creativa dei nostri giorni; E poi è la prima volta che un’artista nera britannica, Sonia Boyce, vince il Leone d’Oro per il Miglior Padiglione nazionale.

Quest’edizione in tempo di guerra, contraddistinta dall’assenza della Russia e dalla dedica speciale all’Ucraina, innesta i suoi spunti di riflessione su tre cardini: la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi, i legami che si intrecciano tra i corpi e la Terra e la relazione tra gli individui e le tecnologie. A partire da “Storia della notte e destino delle comete”, il progetto espositivo del Padiglione Italia, a cura di Eugenio Viola e con Valentino come main sponsor, che per la prima volta presenta l’opera di un solo artista, Gian Maria Tosatti, il quale ha scelto di proporre un progetto in grado di restituire “una lettura coraggiosa del presente e dare all’Italia una voce unica”. Vi si accede dalle Tese delle Vergini, nel cuore dell’Arsenale: si viene catapultati così in una fabbrica dismessa, uno scenario-post industriale fatto di macchinari abbandonati, motori sospesi, aspiratori e aria polverosa. Il silenzio è totale e assoluto. Avventurandosi su per una scaletta di ferro ci si ritrova all’interno di una casa abbandonata, è la tipica casa italiana degli anni Cinquanta. Gli anni del boom industriale. Si procede, c’è una sala piena di macchine da cucire, il ronzio dell’ago in fibrillazione ci riecheggia nel petto. Le ambientazioni evocano il romanzo “La dismissione” di Ermanno Rea e ci costringono a fare i conti con il sogno industriale italiano, quel motore che ha riscattato l’Italia di provincia e che oggi si è ingolfato, costringendoci a riflettere sullo sviluppo sostenibile, sull’etica del lavoro e sul profitto. “Storia della notte e destino delle comete” è una complessa macchina narrativa esperienziale che conduce il visitatore in un percorso sensibile, costringendolo a rivalutare il concetto stesso di progresso su cui si basa l’umanità, in bilico tra i sogni e gli errori del passato e le promesse di un futuro ancora in parte da scrivere. Sono scenari spiazzanti che preparano la visione finale, in cui l’immaginario si ribalta in una vera e propria epifania catartica che non vi svelo.

Ora, prima di proseguire il nostro tour immaginifico tra i Padiglioni nazionali, occorre soffermarsi un attimo sul titolo della Mostra, “Il latte dei sogni“, per comprendere appieno il senso profondo di ciò che questa Biennale d’Arte vuole trasmettere. Cecilia Alemani ha preso infatti in prestito questo titolo da un libro di favole della scrittrice e pittrice surrealista Leonora Carrington (1917-2011), in cui l’artista descrive un mondo magico nel quale la vita “viene costantemente reinventata attraverso il prisma dell’immaginazione e nel quale è concesso cambiare, trasformarsi, diventare altri da se. È un universo libero e pieno di infinite possibilità, ma è anche l’allegoria di un secolo che impone una pressione intollerabile sull’identità, forzando Carrington a vivere come un’esiliata, rinchiusa in ospedali psichiatrici, perenne oggetto di fascinazione e desiderio ma anche figura di rara forza e mistero, sempre in fuga dalle costrizioni di un’identità fissa e coerente”. Per questo il mio consiglio è di ritagliarvi una mezz’oretta, magari durante il viaggio in treno verso Venezia, per leggere il libello della Carrington, “Il latte dei sogni” (Adelphi), un volumetto con le storie e le illustrazioni che realizzò per i suoi figli. E poi, sempre durante il viaggio che se partite da Milano è bastevolmente lungo, leggetevi anche “Il cornetto acustico“, un’altra esilarante storia partorita dalla mente geniale di Leonora appena pubblicata nella traduzione italiana da Adelphi. Ecco che così, una volta varcate le imponenti mura dei Giardini, vedrete le creature fantastiche scaturite dalla fantasia della Carrington prendere vita e popolare gli spazi accostandosi a voi, prendendovi per mano e guidandovi in un viaggio immaginario attraverso le metamorfosi dei corpi e delle definizioni dell’umano.

Il nostro tour della Mostra è incominciato, appunto, dai Giardini, un’Eden nel cuore di Venezia. Ci si può passare un’intera giornata a girovagare la rigogliosa vegetazione e gli iconici Padiglioni, ma se volete fare una “toccata e fuga” vi bastano anche solo tre ore per ammirare le opere principali. Avviandosi lungo il viale principale si incontra subito il Padiglione Svizzero, uno dei più belli di questa edizione: nel percorso che conduce all’ingresso si viene pervasi da un penetrante odore di legno carbonizzato. Una volta all’interno, l’oscurità regna sovrana, interrotta soltanto da alcune fiammate di luce rossa che divampano nel buio a ritmo di musica: illuminano le immense sculture in materiale legnoso realizzate da Latifa Echakhch. Sono mani che si tendono, volti senza sguardo, braccia: segni di un umano che non esiste più. Proseguendo il percorso, proprio di fronte, c’è il Padiglione della Danimarca, altra chicca: “We Walked the Earth“, è il titolo dell’installazione. E già qui è racchiuso il senso profondo del dramma di cui diventeremo spettatori partecipi una volta entrati. In quella che sembra essere una fattoria danese, troveremo da una parte un centauro iperrealistico penzola impiccato e dall’altra la compagna è a terra dilaniata dai dolori del parto. Una favola distopica e disturbante.

Più avanti, si nota subito il suggestivo Padiglione Russo sbarrato: una guardia controlla che nessuno tenti di compiere gesti di protesta. Passando oltre saremo colti di sorpresa dalla nostra immagine riflessa in uno dei tanti specchi del Padiglione del Giappone. Impossibile non fermarsi un attimo in contemplazione. Pochi passi più in là e si apre “il cerchio magico”: si inizia dal Padiglione Repubblica di Corea, un concentrato di meccatronica che ci pone dinnanzi ad un cyborg-dragone che si contrae in modo sinistro. Gyre è il titolo delle opere dell’artista Yunchul Kimqui esposte, istallazioni labirintiche dove coesistono il movimento nell’immobilità e l’immobilità in movimento. Luce, materia, energia e quindi vita permeano questi oggetti plastici innaturali e il risultato è ipnotico. Incontriamo quindi il Padiglione Francese affidato – prima volta nella storia – a un’artista araba di origine berbera: si chiama Zinebe Sedira e ci propone “Les rêves n’ont pas de titre”, “I sogni non hanno titoli”, un percorso in quello che inizialmente ci appare come un set cinematografico sul modello della sua vera casa ma che si rivela man mano come l’immaginario possa permeare e progressivamente sostituire la percezione che abbiamo della realtà. Una volta entrati ci si trova davanti il bancone di un bar, poi si finisce in una stanza piena di bobine di film e macchine da presa, quindi ci si ritrova nel suo salotto di casa, con la tv accesa. È il “potere” del cinema inteso come impegno sociale. Infine, seminascosta in una stanza sul retro, c’è una bara appoggiata su un cavalletto: il coperchio non è ancora inchiodato.

Scendiamo le scale del Padiglione ed entriamo in quello accanto: anche la Gran Bretagna ha affidato il suo spazio a una donna di colore: è Sonia Boyce e presenta “Feeling Her Way”, una vibrante installazione musicale incentrata su una serie di maxischermi che mandano in loop le esibizioni di cinque artiste nere. Allestimento pop ma minimalista, colorato e creativo, in pieno stile Brit: un omaggio alle artiste afrodiscendenti e al ruolo che hanno avuto all’interno del panorama musicale britannico, opera che è valsa a Boyce il riconoscimento di migliore di questa Biennale 2022. A completare l’emiciclo c’è poi il Padiglione della Germania, da non perdere assolutamente: lo spazio all’interno è totalmente bianco, così come bianchi sono i testi dipinti sulle pareti bianche. Il bianco è il colore per eccellenza fuori dal tempo, così come lo è questo spazio vuoto e parzialmente scavato, a rappresentare il passato (la costruzione originaria) che riemerge nel presente (l’ampliamento fatto in epoca nazista che costituisce la struttura attuale), in un gioco di decostruzione dai molteplici significati.

Pochi passi appena e troviamo i padiglioni di Austria e Uruguay, meritevoli di una tappa: nel primo entrate solo se non siete troppo sensibili al rumore, nel secondo solo se siete pronti a farvi prendere letteralmente le misure. “Persona”è infatti il progetto realizzato da Gerardo Goldwasser che parte dalla storia personale di suo nonno sarto e approda a una riflessione sul vestito, l’uniforme, la misura dei corpi e l’industria attuale dell’abbigliamento. Incamminandosi ancora tra odorosi glicine in fiore, ecco che si arriva al Padiglione Usa, magari tagliando attraverso gli spazi evocativi di steppe lontane del Padiglione dei Paesi Nordici. In un attimo si passa dall’estremo nord al caldo assolato dei deserti degli Stati Uniti: fin dall’esterno, nella parziale copertura in paglia e nel “totem” femminile che giganteggia davanti, è visibile la firma della grande Simone Leigh, scultrice e performer di Chicago che porta in Laguna tutto il black women power. Le sue creazioni sono enormi, matriarcali, grandiose: ‘Sovereignty’ è il titolo del progetto che raccoglie una selezione di gigantesche veneri del Terzo Millennio. Quindi è il momento di immergersi nella realtà surreale del Padiglione Centrale curato da Cecilia Alemani: di questo non vi vogliamo svelare niente per lasciarvi alla vostra personalissima esperienza percettiva. Se avete ancora un po’ di tempo a disposizione, è d’obbligo una capatina ai padiglioni Australia, Grecia (dove va in scena una versione attualissima della tragedia di Edipo), Venezia e Brasile, situati al di là di un ponticello di metallo, sull’isolotto di Sant’Elena.

È poi tempo di spostarsi verso l’area espositiva dell’Arsenale, dove oltre al già citato Padiglione Italia ci sono altre due grandiose opere d’arte da esperienziare. In primis il Padiglione di Malta. Vi assicuro che è estremamente difficile descrivere a parole la magia liquida creata da Arcangelo Sassolino per la mostra Diplomazija Astuta che reinterpreta la straordinaria pala d’altare di Caravaggio Decollazione di San Giovanni Battista come un’installazione cinetica. Attraverso la tecnologia a induzione, piccole gocce di acciaio fuso precipitano dal cielo all’interno di sette vasche rettangolari riempite d’acqua, ognuna delle quali rappresenta un soggetto della Decollazione. In questo incedere ipnotico scandito dal rumore delle gocce incandescenti che precipitano nell’acqua, si ha un’attualizzazione degli immanenti temi caravaggeschi all’interno della vita moderna, con la tragedia e la brutalità dell’esecuzione di San Giovanni che diventano le stesse dei giorni nostri. Ultimo ma non da meno il Padiglione Ucraina: l’opera The Fountain of Exhaustion di Pavlo Makov è semplicemente liberatoria. Il flusso d’acqua immesso in un imbuto si dirama in molteplici rivoli a mostrare un simbolo paradossale della vita: un fiume sfocia in un altro e poi in un altro ancora, senza soluzione di continuità. Eppure ad un certo punto, tutti questi si esauriscono e si prosciugano.

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